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L'importanza della Scrittura

Perché è Importante Scrivere in Corsivo

Scrittura in corsivo

Tutti noi, a partire dalla fine della scuola Primaria, personalizziamo la scrittura in corsivo. C’è chi sostituisce alcune lettere del corsivo con lettere in stampatello minuscolo, chi cambia scrittura spesso e chi, addirittura, non scrive più in corsivo perché troppo laborioso o perché poco comprensibile. Addirittura a molti bambini già alla primaria viene consigliato di non scrivere più in corsivo perché incomprensibile (in alcuni casi può trattarsi di disgrafia, ma non in tutti).
Lo sviluppo della tecnologia, dei computer, dei cellulari e dei tablet non ha aiutato in questo, anzi ci ha abituato alla comodità della dattilografia (che poi, chi realmente sa usare tutte le regole della dattilografia?!) e ci ha incentivato ad abbandonare la scrittura a mano e ancor di più la scrittura in corsivo.

Ma perché allora a scuola si impara il corsivo? Se tanto ognuno di noi personalizza, giustamente, la propria scrittura secondo la propria comodità e personalità, perché insistere tanto sul corsivo?

Partiamo ricordando che la scrittura non è un qualcosa di separato dalla nostra vita quotidiana, sia perché a tutti, più o meno speso, capita di dover scrivere, sia perché la scrittura è espressione della motricità ed in particolare della motricità fine.
La motricità fine è quella particolare motricità che ci permette di afferrare e manipolare piccoli oggetti. La motricità fine si esprime soprattutto attraverso la presa con le tre dita delle mani: pollice, indice e medio.
Lo sviluppo corretto della motricità fine ha ripercussioni molto importanti sulla nostra vita poiché ci permette di abbottonarci camicia, giacca, allacciarsi le scarpe, prendere e utilizzare piccoli oggetti e, appunto, scrivere.
La scrittura è un’abilità complessa che dipende da diverse componenti, tra cui proprio la motricità fine.

Se un bambino o un ragazzo ha molte difficoltà nella scrittura in corsivo, è pertanto preferibile lavorare su questa difficoltà poiché può celare fragilità nella motricità fine, nella gestione dello spazio, della superficie del foglio o del tavolo. Sollevarlo dalla scrittura massiccia in corsivo (ad esempio da dettati lunghissimi) può essere una strategia iniziale per evitare che si stanchi troppo. Infatti chi ha difficoltà nella scrittura in corsivo spesso tende ad avvertire male alla mano con cui scrive, tuttavia risulta fondamentale fare un percorso di rieducazione alla scrittura sia per migliorare il corsivo, ma soprattutto per migliorare tutte quelle abilità interconnesse alla scrittura. Ricordiamo che l’esercizio è importante e senza esercizi il rischio è quello di perdere delle abilità. Con questo non si vuole assolutamente insinuare che sia necessario scrivere e riscrivere mille pagine, tuttavia attraverso esercizi mirati che sappiano colmare le difficoltà o alcune abilità ancora poco sviluppate (come ad esempio alcuni muscoli della mano), si può migliorare la scrittura e, di conseguenza, tutte le abilità ad essa correlate.

Curiosità

Potenziamento Cognitivo o Aiuto Compiti?

E’ meglio un Percorso di Potenziamento o di Aiuto Compiti?

Potenziamento cognitivo o aiuto compiti?

Spesso si sente parlare di aiuto compiti, sostegno al metodo di studio e metacognizione e di potenziamento cognitivo, ma ancora più spesso non si comprende quale differenza ci sia e cosa sia meglio scegliere per il bambino.
Scopo di questo articolo è fugare ogni dubbio, una volta per tutte!

Si parla di aiuto compiti tutte quelle volte in cui il bambino viene seguito durante lo svolgimento dei compiti, chiarendo concetti complessi, spiegando informazioni poco chiare e riprendendolo nel caso di distrazione, senza tuttavia dare indicazioni su come studiare un testo e senza indicare strategie alternative di studio. Nell’aiuto compiti la relazione è spesso uno a molti.
L’aiuto compiti è pertanto un supporto indicato per tutti quei bambini che non hanno difficoltà di apprendimento e che hanno già un proprio metodo di studio consolidato e funzionante. L’aiuto compiti può aiutare il bambino a concentrarsi, organizzarsi e svolgere i compiti in un minor tempo proprio perché seguito da un adulto che interviene in caso di bisogno.

Si parla di sostegno al metodo di studio e metacognizione tutte quelle volte in cui il bambino o ragazzo viene seguito per trovare un metodo di studio adatto a lui, basandosi sui suoi punti di forza, divenendo consapevole delle strategie migliori per se stesso. In genere la relazione è uno ad uno, ma può anche essere uno a due, tre se i bambini sono piuttosto omogenei sia a livello di caratteristiche, sia a livello di età.
Il sostegno al metodo di studio e metacognizione è adatta a tutti quei bambini o ragazzi con o senza difficoltà di apprendimento che non abbiano ancora trovato un metodo di studio efficace da applicare. A differenza dell’aiuto compiti, pertanto, l’obbiettivo non è riuscire a concludere gli esercizi, ma trovare un metodo idoneo che il bambino possa applicare anche in autonomia a casa.

Si parla infine di potenziamento cognitivo tutte quelle volte in cui il bambino o ragazzo è seguito per potenziare alcuni aspetti legati ad attenzione, lettura, funzioni esecutive, memoria di lavoro,…tutte quelle componenti che sottostanno alle difficoltà di apprendimento. In questo caso la relazione è sempre uno ad uno poiché il potenziamento richiede estrema concentrazione e deve essere tarato sul bambino di volta in volta seguendone i progressi.
Il potenziamento cognitivo è adatto a tutti quei bambini o ragazzi con difficoltà di apprendimento e/o di attenzione che fanno fatica nei vari aspetti dell’apprendimento. A differenza del sostegno al metodo di studio, nel potenziamento cognitivo si lavora sulle difficoltà sottostanti al metodo di studio, aumentando le risorse cognitive del bambino.
Il potenziamento cognitivo deve essere effettuato regolarmente, in modo continuativo e progressivo al fine di ottenere buoni risultati perché si va a lavorare sulle funzioni esecutive.
A seguito o in parallelo al potenziamento cognitivo può essere affiancato un percorso sul metodo di studio, per imparare come affrontare lo studio o un percorso di aiuto compiti per lavorare sull’autonomia se si ha già un metodo di studio efficace.

Concludendo, possiamo affermare che la scelta del percorso dipenda esclusivamente dall’obiettivo che si vuole raggiungere e dalle abilità del bambino o ragazzo. Scegliere il percorso più adatto è fondamentale per portare progressivamente i bambini all’autonomia e all’indipendenza. E’ pertanto necessario scegliere sempre pensando al futuro e non al bisogno immediato. Malgrado sia difficile e scoraggiante impegnarsi in percorsi a lunga durata, spesso scegliere un percorso più impegnativo e più lungo nel presente, può portare a risultati migliori nel futuro. Dobbiamo sempre chiederci e, nel caso affidarci agli esperti, che cosa sia meglio per il futuro del bambino.

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L’importanza di Spiegare

Nascondere o Spiegare?

Madre figli
Photo by Josh Willink on Pexels.com

Noi adulti, occupati dal lavoro, dalla casa e dagli affetti, spesso dimentichiamo cosa significhi essere bambini e più spesso ancora tendiamo a pensare che ci siano argomenti non adatti ai bambini. Pensando questo, cerchiamo di nascondere, di evitare, di non dire, ma è un comportamento corretto? Davvero esistono argomenti tabù per i bambini oppure c’è solo bisogno di un impegno maggiore per spiegare alcuni concetti?

Un po’ perché “sono piccoli, non capirebbero, non voglio spaventarli” e un po’ per mancanza di tempo e di energie, si tende spesso a non raccontare ai bambini cosa sta succedendo. Tuttavia dobbiamo ricordarci che i bambini sono empatici con le figure di riferimento, siano essi genitori, nonni o zii , e non riuscendo a dare una spiegazione a quello che vedono, sentono e percepiscono, possono iniziare a provare sentimenti di paura e incertezza.

Ma come si fa?

Se i bambini sentono quello che proviamo anche se cerchiamo di nasconderlo, se percepiscono i nostri dubbi e le nostre insicurezze, come possiamo tranquillizzarli senza addossargli maggior carico emotivo?

La risposta è molto semplice: parlare. Dobbiamo parlare sempre ai nostri figli, bisogna metterli al corrente di quanto stia accadendo, spiegare perché mamma e papà discutono. Il non detto può far sorgere domande, dubbi, paure e sensi di colpa nei bambini. Questo accade perché non riescono a trovare una spiegazione migliore a quanto stia accadendo.
Allora cerchiamo, con un linguaggio semplice, di spiegare loro che se mamma e papà discutono non è per colpa loro, oppure che papà è nervoso perché ha discusso con un amico,…

Spiegare il perché di ogni cambiamento di umore, sentimento o emozione è fondamentale, anche e soprattutto quando i bambini sono piccoli. I bambini, infatti, percepiscono qualcosa a cui non sanno dare un nome. Non sapendo di cosa si tratta, non riescono a gestirlo e si manifesta in loro come un’emozione spiacevole e non sanno come reagire. Allora, oltre a spiegare il motivo di una risposta sgarbata tra i genitori o di una discussione o anche di un momento di stanchezza o tristezza, cerchiamo anche di spiegare al bambino cosa lui stia provando in quel momento: hai sentito discutere i genitori e ti sei sentito in colpa o ti senti triste? questo è normale, ma non ti devi preoccupare perché non è successo nulla di grave o ancora quello che provi è rabbia, paura,….

Lo so che è molto più semplice far finta di nulla e nascondere ai bambini i nostri problemi, ma loro li percepiscono. Il rischio è che non siano in grado di gestirli e di digerirli da soli. Questo può portare a farli sentire in difetto, magari spaventati e rischiano di mettere in atto strategie comportamentali non consone alla situazione.

Curiosità

L'importanza di Spiegare

Nascondere o Spiegare?

Madre figli
Photo by Josh Willink on Pexels.com

Noi adulti, occupati dal lavoro, dalla casa e dagli affetti, spesso dimentichiamo cosa significhi essere bambini e più spesso ancora tendiamo a pensare che ci siano argomenti non adatti ai bambini. Pensando questo, cerchiamo di nascondere, di evitare, di non dire, ma è un comportamento corretto? Davvero esistono argomenti tabù per i bambini oppure c’è solo bisogno di un impegno maggiore per spiegare alcuni concetti?

Un po’ perché sono piccoli, non capirebbero, non voglio spaventarli, sono così innocenti ed indifesi, un po’ spesso per mancanza di tempo e di energie mentali e fisiche, ma si tende a non raccontare ai propri figli che cosa accada ai genitori o che cosa stiano passando. Tuttavia dobbiamo ricordarci che i bambini sono spesso empatici con le figure di riferimento, che siano genitori, nonni, zii o amici e non riuscendo a dare una spiegazione a quello che vedono, sentono e percepiscono, possono iniziare a provare sentimenti di paura e incertezza.

Ma come si fa? Se i bambini sentono quello che proviamo anche se cerchiamo di nasconderlo, se percepiscono i nostri dubbi e le nostre insicurezze, come possiamo tranquillizzarli senza addossargli maggior carico emotivo?

La risposta è molto semplice: parlare. Dobbiamo parlare sempre ai nostri figli, dobbiamo metterli al corrente di quanto stia accadendo in casa, il perché mamma e papà discutono, perché l’aria è tesa in casa. Il non detto può far sorgere domande, dubbi, paure e sensi di colpa nei bambini che non riescono a trovare una spiegazione migliore a quanto stia accadendo.
Allora cerchiamo, con un linguaggio semplice, di spiegare loro che se mamma e papà discutono non è per colpa loro, ma perché si stavano confrontando su altro, oppure che la mamma è stanca a causa del lavoro , papà è nervoso perché ha discusso con un amico,…

Spiegare il perché di ogni cambiamento di umore, sentimento o emozione è fondamentale, anche e soprattutto quando i bambini sono piccoli proprio perché percepiscono qualcosa a cui non sanno dare un nome, che non riescono a gestire e si manifesta in loro come appunto un’emozione spiacevole che non sanno cosa sia e non sanno come reagire. Allora, oltre a spiegare il motivo di una risposta sgarbata tra i genitori o di una discussione o anche di un momento di stanchezza o tristezza, cerchiamo anche di spiegare al bambino cosa lui stia provando in quel momento: hai sentito discutere i genitori e ti sei sentito in colpa o ti senti triste? questo è normale, ma non ti devi preoccupare perché non è successo nulla di grave o ancora quello che provi è rabbia, paura,….

Lo so che è molto più semplice far finta di nulla e nascondere ai bambini i nostri problemi, ma loro li percepiscono e il rischio è che non siano in grado di gestirli e di digerirli da soli, sentendosi in difetto, magari spaventati e mettendo in atto strategie comportamentali non consone alla situazione.

Curiosità

Regali a Natale

Cosa Regalo quest’anno a mio figlio o mio nipote?

Regali a Natale
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Come tutti gli anni, il Natale è alle porte e la maggior parte di noi, nonostante tutti i buoni propositi, è rimasto indietro con i regali e la stessa domanda ci ronza per la testa
Cosa regalo quest’anno a mio nipote o a mio figlio?
Anche in questa circostanza non posso fare a meno di sottolineare l’importanza di regali utili, sì i regali utili esistono anche per i bambini. Sono tutti quei regali che li aiutano a sviluppare alcune abilità cognitive, sociali, emotive e di collaborazione.
Si sa che ogni bambino ha i propri desideri e si fa fatica a disattenderli. Può essere tuttavia una buona strategia quella di mettersi d’accordo fra parenti e amici rispetto ai regali da fare in modo tale da non pensare al singolo regalo, ma al panorama di regali che il bimbo in questione riceverà.

Mi spiego meglio. Non è del tutto utile rispondere alla richiesta di un bambino con 3-4 oggetti simili. Meglio piuttosto fare un regalo scelto da lui e altri regali, sempre adatti ai bambini, ma diversi sia per materiale, sia per funzione.
Se, pertanto, il bambino ha chiesto una macchinina e un dinosauro, piuttosto che regalargli 10 macchinine e 11 dinosauri, può essere una buona idea quella di regalare, accanto a quanto desiderato dal bambino, anche libri, giocatoli in legno, puzzle, matite, fogli, album per colorare,… sui temi a lui cari.

In questo modo non ci saranno favoritismi all’interno degli stessi regali mi piace più la bambola dello zio piuttosto che quella della zia , confronti sempre spiacevoli specialmente in un giorno speciale come quello di Natale e si consente al bambino di esplorare e di sperimentarsi in ambiti nuovi.
E’ sicuramente molto importante anche regalare giochi che si possano fare insieme, proprio il giorno di Natale. Cerchiamo di far passare il messaggio ai bambini che il giorno di Natale non è speciale perché si ricevono tanti regali, ma perché si sta tutti insieme e quale modo migliore se non quello di regalare un gioco che favorisca lo scambio e il giocare insieme?
Ancora una volta, sono favoriti giochi come i puzzle, dobble, le costruzioni grandi e piccole, i libri, i giochi di società, giochi a incastro,…

Ecco alcune idee interessanti:

  • I colori delle emozioni di Anna Llenas e D. Gamba. Un libro molto bello che permette ai bambini (di tutte le età) di nominare le emozioni e di prendere confidenza con esse.
  • Di che colore è un bacio? di Rocio Bonilla e S. V. Malizia. Anche questo libro incentrato sulle emozioni e sulla difficoltà di riuscire a dare un colore ad esse.
  • Il lupo che voleva cambiare colore di di Orianne Lallemand e É. Thuillier. Un libro che esplora la voglia di cambiare, di essere qualcun’altro e l’importanza di essere se stessi.
  • Dobble gioco veloce e divertente che può coinvolgere tutta la famiglia, utile per migliorare le abilità cognitive, il confronto fra oggetti e la velocità occhio-mano.
  • Il gioco del lupo. Corri Lupo! anche questo gioco, proprio come il precedente, è un gioco di carte che aiuta a sviluppare capacità cognitive e la velocità.

Cerchiamo, infine, di essere abbastanza originali e di non pensare solo al giorno di Natale, ma piuttosto all’anno intero: cosa gli è servito durante l’anno trascorso? Di cosa può aver bisogno il prossimo anno e ancora, quali interessi sembra aver sviluppato ?

Dovremmo cercare di cogliere il Natale come occasione per regalare giochi e giocattoli utili ai bambini, cercando di cogliere le loro curiosità e condividere con loro il tempo, sempre troppo poco e sempre troppo frenetico durante tutto l’anno.

Curiosità

Stalking

Cos’è lo Stalking

Stalking

Una rosa, un fiore lasciato sulla macchina o davanti casa. Un gesto all’apparenza innocente, ma non lo è. Non lo è perché è il primo di tanti gesti non desiderati, non richiesti e anzi respinti.
Non è una semplice attenzione, è un’attenzione eccessiva da parte di chi è stato rifiutato ma nonostante ciò conosce il numero di targa, il numero civico e persino le nostre più intime abitudini.
Quella spiacevole sensazione di non essere mai soli, di essere sempre oggetto di sguardi, di occhi penetranti che vorrebbero farti sua. L’idea di non essere più libera di uscire da sola, la paura di restare a casa da sola perché non sei mai realmente sola.
Trovare il coraggio dentro se stessi, fare finta di nulla, andare avanti. Continuare ad andare al lavoro, cambiando abitudini, cambiando strada, ma quella stessa sensazione di soffocamento, di mancata libertà. Ci provi, ti ripeti che smetterà, che col tempo passerà, con l’aiuto degli amici lo supererai, ma quel giorno non arriva mai.
Messaggi, telefonate, biglietti, lettere, regali, tutte attenzioni che non vuoi, che non cerchi, che rifuggi e che detesti, ma che non smettono mai

A volte si trova la forza e il coraggio di chiedere aiuto, ma ci si sente rispondere che non c’è da preoccuparsi, sono solo regali. E ci si sente guardate con quegli occhi che lasciano intendere: sono regali che tutte le donne vorrebbero. Eppure no! Non è così, non tutte le donne desiderano certi regali, ma soprattutto non li vogliamo da parte di chi abbiamo rifiutato. Ti senti lentamente scivolare in un baratro dove non ti senti compresa da nessuno.
Se hai rifiutato i regali, non ci sono prove, se li hai accettati… signorina, lei li ha accettati, pertanto deduco che in fondo le facciano piacere queste attenzioni.
Quelle frasi che ti fanno gelare sulla sedia, lì come sei. Dopo tutto quel tempo passato ad aver paura, a cercare di nasconderla, a far finta di nulla pur sentendoti in trappola e poi trovare il coraggio di chiedere aiuto e ancora, sprofondare ancora in quella paura, in quel disagio adesso più profondo che mai perché pensi di aver tentato il tutto per tutto.

Lo stalking non è un gioco, non si tratta di regali che tutte vorrebbero, no! E’ un reato, è una persecuzione. Sentirsi imprigionate, non essere libere di uscire senza sentirsi continuamente oggetto di sguardi, di attenzioni non richieste e soprattutto non volute.
E’ invece importante agire il prima possibile, chiedere aiuto senza aver paura.

Se potessi esprimere un desiderio, chiederei che tutti gli uomini potessero provare cosa significhi veramente essere una donna, sentire e vivere sulla propria pelle le difficoltà, gli sguardi, i giudizi, le battute, i pensieri che noi tutte almeno una volta nella vita abbiamo ricevuto. Ecco, allora, se al risveglio gli uomini si ricordassero realmente cosa significa vestire i panni di una donna e fossero coraggiosi abbastanza da agire, allora forse avremmo una società diversa, dove le voci delle donne vengono prese sul serio, dove uomini e donne si schierano veramente dalla stessa parte contro le ingiustizie, avremmo un mondo e una società migliore, dove poter crescere e vivere senza paure.

Curiosità

Disturbo Oppositivo Provocatorio

Che cos’è il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Disturbo Oppositivo Provocatorio - DOP

Negli ultimi anni, si sente spesso parlare di Disturbi del comportamento e del disturbo oppositivo provocatorio (DOP), soprattutto associato ai bambini, ma…che cos’è realmente il disturbo oppositivo provocatorio? E’ davvero un disturbo o solo un periodo di passaggio in cui i bambini sono particolarmente ostili?

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) è un disturbo da comportamento distruttivo che comprende comportamenti consistentemente negativi, ostili e di sfida.
La maggior parte di bambini e ragazzi, attraversa fasi in cui risulta un po’ scontroso, capriccioso e in cui vuole avere sempre ragione, tuttavia solo quando queste tipologie di comportamenti oppositivi si cronicizzano, tanto da compromettere il proprio sviluppo, si cade nella patologia.
Il DOP pertanto, non è una fase di passaggio, ma un vero e proprio disturbo che può manifestarsi in alcuni bambini e ragazzi. Non ha nulla a che fare con il normale periodo dell’adolescenza in cui i ragazzi tentano di sfidare i genitori e anelano all’indipendenza.

I bambini che soddisfano i criteri diagnostici del DOP, sono in genere molto irritabili, tendono a perdere molto velocemente la pazienza, sfidano le regole continuamente, rifiutano di accondiscendere alle richieste degli adulti, litigano spesso con gli adulti, danno la colpa agli altri dei propri errori, …
In genere, i comportamenti associati al DOP esordiscono negli anni prescolari e persistono per tutta l’adolescenza.
Il DOP è spesso in comorbidità con il DDA/I, ovvero il Disturbo da Deficit di Attenzione con Impulsività e/o Iperattività.

E’ di massima importanza cercare di trattare il DOP, in quanto bambini e ragazzi che rientrano in questo disturbo, sono maggiormente portati a sviluppare condotte disadattive in età adulta.
Ci sono diversi approcci di trattamento, alcuni improntati solo sul bambino, altri solo sui genitori e altri ancora lavorano sia sul bambino, sia sulla famiglia.
Ovviamente ogni famiglia e ogni bambino sono diversi, pertanto non è possibile applicare lo stesso protocollo riabilitativo a tutti, ma si può affermare in maniera generale che un approccio che lavori sia sul singolo, sia sull’ambito familiare, sia da preferire rispetto agli altri.
Risultano molto utili protocolli di psico-educazione genitoriale e di parent training, associati eventualmente alla terapia individuale.

Bibliografia:
Hansell J. e Damour L., Psicologia Clinica, Bologna ,Zanichelli, 2014.

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Donne

Donne

Giornata contro la violenza sulle donne

Lunedì 25 Novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E’ una giornata estremamente importante perché nel mondo e in Italia, se ne parla ancora troppo poco.
La violenza che viene agita può prendere diverse forme, dalla violenza fisica, allo stupro, alla violenza psicologica.
Mediamente subisce violenza una donna su tre, sì proprio così, UNA DONNA SU TRE, dai 15 anni in su.
La maggior parte degli atti di violenza è perpetrata da partner.
In Italia, il 62,7 % degli stupri è operata da partner o ex partner.
Nel 38% dei casi di femminicidi, il responsabile è ancora il partner .

Questi dati sono agghiaccianti e ci fanno riflettere su molti aspetti, uno dei quali riguarda l’educazione, l’amor proprio. Educazione intesa, in questo caso, nell’educare ad amare. Educare ad amare se stessi e gli altri.
Come si ama se stessi e come si fa ad amare un’altra persona? Ma soprattutto come si distingue l’amore dall’odio? Perché da fuori sembra tutto facile, ma non lo è. Nulla è scontato quando ci si trova in una relazione complessa con vincoli e legami e spesso il coraggio viene meno. Spesso la vergogna prevale, il senso di colpa prevale ma NON deve essere così.

E’ necessario, fin da piccoli, imparare ad amare se stessi e imparare la differenza
fra chi ama e chi ferisce,
fra chi ama e chi lacera,
chi fa male,
chi non rispetta,
chi odia,
chi urla,
chi uccide.
Le parole non sono mai soltanto parole, hanno un potere immenso ed è nostro dovere riappropriarci delle parole e usarle saggiamente, facendo molta attenzione quando e come le usiamo.
Il silenzio può uccidere, l’indifferenza anche.

Forse dobbiamo prestare più attenzione a come insegniamo ad amare, a cosa raccontiamo ai nostri figli e alle nostre figlie, a come insegniamo loro ad amare e a sentirsi amati.
E’ necessario dire ad alta voce che differenza c’è fra amare e usare o odiare.
Mai e dico MAI giustificare un’aggressione che sia essa psicologica o fisica. Mai confondere le parole. Bisogna avere il coraggio di dire la verità, bisogna avere il coraggio di insegnare ai nostri figli come si ama davvero e distinguere bene amore e odio.

Sitografia
http://www.actionaid.it

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Prevenzione

Seggiolini anti-abbandono
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L’importanza della Prevenzione

(seggiolini Anti-Abbandono)

Da pochi giorni sono stati resi obbligatori i seggiolini anti-abbandono per le auto. Colgo anche io l’occasione per parlare, non direttamente di questa nuova norma, ma di un argomento più generale: la Prevenzione.
Prevenzione significa (dal lat. praevenire, comp. di prae– «pre-» e venire «venire» ): venire prima. Ovvero muoversi prima che qualcosa avvenga. Perché è così importante la prevenzione?
La prevenzione può essere fatta in qualsiasi ambito, da quello medico, sociale, psicologico a quello meccanico e in tutti questi casi la prevenzione aiuta da una parte perché lavorare prima che un problema sia conclamato, permette un risparmio economico, dall’altro permette di avere prognosi migliori.
Non è semplice lavorare sulla prevenzione perché significa lavorare prima che il problema vero e proprio arrivi e spesso questo ci inibisce, rimandando la cura a quando il problema esiste, in forma acuta o cronica. Lavorare su una malattia o su un danno quando sono presenti, è senz’altro più impegnativo e porta ad un dispendio maggiore sia a livello economico, sia a livello di energie.

Un paese sano, lavora di prevenzione, un paese malato lavora sulla malattia.

Anche in questo caso i seggiolini anti-abbandono sono la pillola per la cura, non la prevenzione.
Ci si è forse chiesti il perché alcuni genitori dimentichino i bambini in auto? Oppure, visto il problema, si è cercato di fornire una soluzione veloce e semplice?
In fondo è una risposta figlia di questo tempo: una risposta semplice e veloce ad un problema profondo e complesso.

Avrebbe richiesto troppe energie scavare nel profondo e avrebbe portato alla luce delle risposte troppo complesse per il tempo che stiamo vivendo.
Il tema della genitorialità è un tema più che mai complesso.
Quando nasce un bambino, nasce immediatamente una coppia genitoriale che deve affrontare tanti cambiamenti e tante sfide, deve ridefinirsi, senza perdersi, attorno al nuovo arrivato.
Il padre ha 5 giorni di congedo…sì solo 5 giorni, come se il padre fosse meno genitore rispetto alla madre, come se del figlio dovesse occuparsene solo ed esclusivamente la mamma. Non sarebbe meglio però che il padre avesse più giorni? Non sarebbe forse importante che il padre potesse essere presente nel periodo successivo al parto? In modo da aiutare la nuova mamma, che ha attraversato un’infinità di cambiamenti e di emozioni durante i 9 mesi, nella gestione del bambino e avere, entrambi, la possibilità di dormire qualche ora in più?
Questo è solo un esempio di cosa significa fare prevenzione. Aiutare la nuova coppia genitoriale nell’affrontare le paure, le fatiche e i cambiamenti che portano la nascita di un bambino.

I seggiolini anti-abbandono non sono una reale soluzione, è necessario fare una prevenzione importante.
Perché riteniamo poi che il telefono sia qualcosa che non possa essere dimenticato, mentre un bambino si? Dove siamo finiti? E’ davvero questo che vogliamo? Vogliamo davvero che tutto dipenda dalla tecnologia? Anche nostro figlio?

Io vorrei credere in un’epoca in cui la prevenzione e la salute vengano prima del resto, vengano prima del lavoro, un’epoca in cui si ritrovi la dimensione dell’umano.

Curiosità

Zii e Nipoti

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Chi sono gli Zii? Rapporto tra Zii e Nipoti

Non tutti i bambini hanno la fortuna di avere degli zii e non tutti hanno la fortuna di avere degli zii presenti.
Avere uno o più zii significa avere degli adulti di riferimento che non siano i propri genitori, questo conferisce allo status di zio, un ruolo molto particolare.
Lo zio è quella persona che ama incondizionatamente il proprio nipote, che crede in lui, che si emoziona la prima volta che lo prende in braccio e che lo pensa, lo immagina e già gli vuole bene prima ancora che nasca. E’ una persona non solo vicina alla famiglia, ma anche vicino alla coppia genitoriale, con cui i genitori possono confrontarsi senza temere giudizi.
E’ quella persona che regala ai genitori una serata libera, solo per stare un po’ con i propri nipoti.

E’ quella figura che può scherzare, che può permettersi di compiere delle eccezioni con i propri nipoti. E’ una figura un po’ di tramite perché il suo ruolo gli permette di creare un rapporto di maggiore complicità rispetto ai genitori che, specialmente quando i bambini sono piccoli, devono rivestire un ruolo maggiormente autoritario. Lo zio o la zia sono quelle persone che possono anche permettersi di tenere una posizione dura, senza scendere a compromessi, proprio perché, a differenza dei genitori, non vivono quotidianamente con i nipoti.

Gli zii sono anche punti di riferimento durante quel particolare periodo della vita chiamato adolescenza, quando i ragazzi mettono tutto e tutti in discussione, quando si hanno punti di rottura con i genitori e quando si vuole uscire dalle regole.
Ecco, in quel periodo gli zii possono giocare un ruolo fondamentale proprio perché sono molto vicini al nucleo familiare senza direttamente farne parte. Sono figure di cui i ragazzi si fidano e vengono messe meno in discussione rispetto ai genitori proprio in virtù di quel rapporto particolare.

Avere uno o più zii è una fortuna ed esserlo lo è ancora di più.
Essere zii significa avere delle responsabilità, significa dare l’esempio, significa esserci sempre. Significa costruire un rapporto di amore con i propri nipoti, un rapporto tutto particolare che è diverso sia dal rapporto genitore/figli, sia dal rapporto nonno/nipote. Se da una parte i genitori hanno un ruolo più autoritario e i nonni un ruolo incentrato sull’accoglienza, il ruolo degli zii è un ruolo di mezzo dove è richiesto essere autoritari, alle volte anche più dei genitori, senza mai perdere però quel lato di umanità, di accoglienza e di scherzosità. Significa creare una complicità particolare che è diversa per ogni nipote, significa far passare il messaggio io per te ci sarò sempre, di me ti puoi fidare.

Ecco, essere zii è una grande responsabilità, ma è una delle cose migliori che possa capitare.