Curiosità

Potenziamento Cognitivo o Aiuto Compiti?

E’ meglio un Percorso di Potenziamento o di Aiuto Compiti?

Potenziamento cognitivo o aiuto compiti?

Spesso si sente parlare di aiuto compiti, sostegno al metodo di studio e metacognizione e di potenziamento cognitivo, ma ancora più spesso non si comprende quale differenza ci sia e cosa sia meglio scegliere per il bambino.
Scopo di questo articolo è fugare ogni dubbio, una volta per tutte!

Si parla di aiuto compiti tutte quelle volte in cui il bambino viene seguito durante lo svolgimento dei compiti, chiarendo concetti complessi, spiegando informazioni poco chiare e riprendendolo nel caso di distrazione, senza tuttavia dare indicazioni su come studiare un testo e senza indicare strategie alternative di studio. Nell’aiuto compiti la relazione è spesso uno a molti.
L’aiuto compiti è pertanto un supporto indicato per tutti quei bambini che non hanno difficoltà di apprendimento e che hanno già un proprio metodo di studio consolidato e funzionante. L’aiuto compiti può aiutare il bambino a concentrarsi, organizzarsi e svolgere i compiti in un minor tempo proprio perché seguito da un adulto che interviene in caso di bisogno.

Si parla di sostegno al metodo di studio e metacognizione tutte quelle volte in cui il bambino o ragazzo viene seguito per trovare un metodo di studio adatto a lui, basandosi sui suoi punti di forza, divenendo consapevole delle strategie migliori per se stesso. In genere la relazione è uno ad uno, ma può anche essere uno a due, tre se i bambini sono piuttosto omogenei sia a livello di caratteristiche, sia a livello di età.
Il sostegno al metodo di studio e metacognizione è adatta a tutti quei bambini o ragazzi con o senza difficoltà di apprendimento che non abbiano ancora trovato un metodo di studio efficace da applicare. A differenza dell’aiuto compiti, pertanto, l’obbiettivo non è riuscire a concludere gli esercizi, ma trovare un metodo idoneo che il bambino possa applicare anche in autonomia a casa.

Si parla infine di potenziamento cognitivo tutte quelle volte in cui il bambino o ragazzo è seguito per potenziare alcuni aspetti legati ad attenzione, lettura, funzioni esecutive, memoria di lavoro,…tutte quelle componenti che sottostanno alle difficoltà di apprendimento. In questo caso la relazione è sempre uno ad uno poiché il potenziamento richiede estrema concentrazione e deve essere tarato sul bambino di volta in volta seguendone i progressi.
Il potenziamento cognitivo è adatto a tutti quei bambini o ragazzi con difficoltà di apprendimento e/o di attenzione che fanno fatica nei vari aspetti dell’apprendimento. A differenza del sostegno al metodo di studio, nel potenziamento cognitivo si lavora sulle difficoltà sottostanti al metodo di studio, aumentando le risorse cognitive del bambino.
Il potenziamento cognitivo deve essere effettuato regolarmente, in modo continuativo e progressivo al fine di ottenere buoni risultati perché si va a lavorare sulle funzioni esecutive.
A seguito o in parallelo al potenziamento cognitivo può essere affiancato un percorso sul metodo di studio, per imparare come affrontare lo studio o un percorso di aiuto compiti per lavorare sull’autonomia se si ha già un metodo di studio efficace.

Concludendo, possiamo affermare che la scelta del percorso dipenda esclusivamente dall’obiettivo che si vuole raggiungere e dalle abilità del bambino o ragazzo. Scegliere il percorso più adatto è fondamentale per portare progressivamente i bambini all’autonomia e all’indipendenza. E’ pertanto necessario scegliere sempre pensando al futuro e non al bisogno immediato. Malgrado sia difficile e scoraggiante impegnarsi in percorsi a lunga durata, spesso scegliere un percorso più impegnativo e più lungo nel presente, può portare a risultati migliori nel futuro. Dobbiamo sempre chiederci e, nel caso affidarci agli esperti, che cosa sia meglio per il futuro del bambino.

Curiosità

Disturbo Oppositivo Provocatorio

Che cos’è il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Disturbo Oppositivo Provocatorio - DOP

Negli ultimi anni, si sente spesso parlare di Disturbi del comportamento e del disturbo oppositivo provocatorio (DOP), soprattutto associato ai bambini, ma…che cos’è realmente il disturbo oppositivo provocatorio? E’ davvero un disturbo o solo un periodo di passaggio in cui i bambini sono particolarmente ostili?

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) è un disturbo da comportamento distruttivo che comprende comportamenti consistentemente negativi, ostili e di sfida.
La maggior parte di bambini e ragazzi, attraversa fasi in cui risulta un po’ scontroso, capriccioso e in cui vuole avere sempre ragione, tuttavia solo quando queste tipologie di comportamenti oppositivi si cronicizzano, tanto da compromettere il proprio sviluppo, si cade nella patologia.
Il DOP pertanto, non è una fase di passaggio, ma un vero e proprio disturbo che può manifestarsi in alcuni bambini e ragazzi. Non ha nulla a che fare con il normale periodo dell’adolescenza in cui i ragazzi tentano di sfidare i genitori e anelano all’indipendenza.

I bambini che soddisfano i criteri diagnostici del DOP, sono in genere molto irritabili, tendono a perdere molto velocemente la pazienza, sfidano le regole continuamente, rifiutano di accondiscendere alle richieste degli adulti, litigano spesso con gli adulti, danno la colpa agli altri dei propri errori, …
In genere, i comportamenti associati al DOP esordiscono negli anni prescolari e persistono per tutta l’adolescenza.
Il DOP è spesso in comorbidità con il DDA/I, ovvero il Disturbo da Deficit di Attenzione con Impulsività e/o Iperattività.

E’ di massima importanza cercare di trattare il DOP, in quanto bambini e ragazzi che rientrano in questo disturbo, sono maggiormente portati a sviluppare condotte disadattive in età adulta.
Ci sono diversi approcci di trattamento, alcuni improntati solo sul bambino, altri solo sui genitori e altri ancora lavorano sia sul bambino, sia sulla famiglia.
Ovviamente ogni famiglia e ogni bambino sono diversi, pertanto non è possibile applicare lo stesso protocollo riabilitativo a tutti, ma si può affermare in maniera generale che un approccio che lavori sia sul singolo, sia sull’ambito familiare, sia da preferire rispetto agli altri.
Risultano molto utili protocolli di psico-educazione genitoriale e di parent training, associati eventualmente alla terapia individuale.

Bibliografia:
Hansell J. e Damour L., Psicologia Clinica, Bologna ,Zanichelli, 2014.

Curiosità

Dislessia

Come Leggono le Persone con Dislessia

Libri, lettura e dislessia

In un articolo precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’attenzione e delle memorie anche nei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), ma come legge una persona con dislessia? E perché?

Secondo la Neuropsicologia, ci sono due vie per la lettura: la via fonologica e la via lessicale. La prima permette una conversione grafema/fonema e quindi una lettura lettera per lettera, mentre la seconda permette una lettura più veloce accedendo al significato della parola.

Quando impariamo a leggere, utilizziamo prevalentemente la via fonologica, leggendo lettera per lettera. Attraverso la pratica e l’automatizzazione di questa via, si passa gradualmente a sviluppare la via lessicale che ci permette di leggere le parole più velocemente, proprio perché sono conosciute e riusciamo ad accedere al loro significato.

DI QUALI RISORSE ABBIAMO BISOGNO PER CONSOLIDARE LA VIA FONOLOGICA?

Per passare dalla via fonologica a quella lessicale, è necessario che venga ben consolidata la via fonologica e, per farlo, sono necessarie alcune risorse.

1- Risorse attentive: utili per associare il suono al grafema
2- Attenzione Spaziale: utile per spostare l’attenzione da una lettera all’altra e da una parola a quella successiva
3- Memoria di Lavoro: utile per conservare le lettere e completare la decodifica
4- Visuo-Percezione: utile per riconoscere lettere e suoni simili

Una volta consolidata la via fonologica siamo pertanto in grado di riconoscere velocemente le lettere e associarle ai suoni corrispondenti.

SAPER SPOSTARE L’ATTENZIONE IN MODO FUNZIONALE ALLA LETTURA.

Una volta che la via fonologica è stata ben acquisita, è importante essere in grado di spostare l’attenzione in modo funzionale. 
E’ infatti importante avere la capacità di stringere il fuoco dell’attenzione su determinati particolari o di allargarlo sull’intera parola.

RICONOSCIMENTO DELLA FORMA DELLE PAROLE

Una volta acquisita la capacità di gestire il fuoco dell’attenzione, si può passare alla formazione di una memoria a lungo termine per la forma delle parole. Questo permette, quando leggiamo un testo, di riconoscere immediatamente le parole che fanno parte di questa memoria e di leggerle velocemente accedendo al loro significato.

A questo punto la via lessicale è sviluppata e verrà utilizzata in modo preferenziale poiché più veloce ed efficiente.

Come abbiamo visto, la formazione della capacità di leggere attraverso la via lessicale, è strettamente legata alle capacità attentive.

SPOSTAMENTO DEI MOVIMENTI OCULARI

I movimenti oculari saccadici, sono rapidi spostamenti dell’occhio che ci aiutano nella lettura. Nello stesso istante in cui decodifichiamo una parola, la periferia del fuoco attentivo è già passata ad analizzare la parola successiva. Questo permette, mentre decodifichiamo una parola, di iniziare a processare già la parola successiva che sta alla destra della precedente. Lavorando con la periferia del fuoco attentivo, non si crea interferenza rispetto alla parola che si sta processando, ma ci da informazioni utili per la lettura della parola successiva come lunghezza e posizione. Questo ci permette di essere avvantaggiati e sapere già di quanto spostare il fuoco dell’attenzione sulla parola successiva ed essere più fluidi nella lettura.

Ecco che, in alcune persone con dislessia, questi movimenti oculari saccadici non avvengono in modo ordinato ed efficiente. Sono presenti anzi molte regressioni oculari, quindi il fuoco dell’attenzione tende a tornare indietro su parole già lette, il tempo impiegato nella fissazione della parola è molto ampio e i movimenti oculari in avanti sono molti, brevi e non efficienti.

Di seguito, un esempio di come vengano eseguiti i movimenti oculari saccadici di un normolettore e di una persona con dislessia. Come si può notare, la persona con dislessia tende a spostare le saccadi in maniera disordinata ed inefficiente, commettendo molte regressioni non informative.

bty La Dislessia pp. 35, Eva Benso, il leone verde 2011

Le persone con dislessia pertanto hanno difficoltà nell’automatizzare il modulo di lettura e nell’automatizzare i movimenti oculari saccadici in modo che siano informativi e facilitino la lettura. Questo comporta un maggiore dispendio di energie che vengono, di conseguenza, tolte ad altri processi quali la comprensione del testo, la formulazione di risposte, il ragionamento e il collegamento fra argomenti già studiati. Tutto questo, porta inevitabilmente una persona dislessica a stancarsi prima rispetto ai normolettori, ad esaurire prima le risorse attentive avendo quindi difficoltà a svolgere compiti molto lunghi e in cui la richiesta attentiva è molto alta (un esempio possono essere compiti in classe molto lunghi).

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

DSA Come Migliorarne le Abilità

E’ possibile migliorare le abilità di un DSA?

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Come illustrato in un articolo precedente, quello che accomuna tutti i DSA è la mancanza di automatismi.
In questo articolo, cercheremo invece di capire come poter intervenire e migliorare le abilità, non solo di bambini o ragazzi, ma anche degli adulti.

Quando eseguiamo una qualsiasi azione, sia essa fisica o mentale, utilizziamo delle energie. Così come le energie fisiche non sono (ahimè) infinite, anche quelle mentali si esauriscono.
Le risorse che abbiamo a disposizione per eseguire le operazioni mentali sono infatti limitate.
Questo significa che per eseguire un’azione utilizziamo una parte di risorse. Più l’azione che dobbiamo eseguire è automatizzata, meno risorse utilizziamo. Utilizzando poche risorse, potremo spenderne altre per eseguire un’altra azione contemporaneamente.

Un esempio calzante è la guida. Le prime volte in cui si impara a guidare, tutte le risorse sono impiegate nella guida stessa e non siamo in grado di svolgere ulteriori azioni come parlare o ascoltare. Man mano che acquisiamo sicurezza nella guida (il processo diventa automatico) ecco che siamo in grado non solo di guidare con maggiore disinvoltura, ma anche di svolgere altre operazioni come parlare al passeggero, ascoltare la musica,…
Il processo di guida, torna a necessitare di più risorse attentive nel momento in cui, ad esempio, ci troviamo a guidare in una città che non conosciamo o in un paese in cui la guida è a sinistra. In questi casi, avremo bisogno di essere nuovamente concentrati al massimo sulla guida perché sono presenti stimoli diversi dal solito e che non sappiamo “processare” in maniera automatica.

Allo stesso modo, una persona con DSA. non è in grado di automatizzare la lettura, la scrittura o il calcolo. Questo significa che dovrà investire sempre una grande quantità di risorse cognitive per svolgere tali operazioni.

Quello che si può fare è lavorare sulla memoria di lavoro e sulle capacità attentive.
Si cerca, attraverso un potenziamento specifico di aumentare la capacità sia della memoria di lavoro, sia dell’attenzione sotto tutte le sue forme.
Aumentare le risorse attentive e il modo di gestirle, significa aumentare le risorse cognitive che abbiamo a disposizione per eseguire le varie operazioni e, quindi, lavorare sugli automatismi.

L’obiettivo principale, pertanto, non è lavorare direttamente sulle capacità di lettura, scrittura o calcolo, ma sulle risorse che ne permettono lo sviluppo.
In questo modo, si otterrà anche un miglioramento conseguente sulle capacità di apprendimento che risulteranno più automatizzate. Ciò permette alle persone con D.S.A. di avere a disposizione ulteriori risorse per svolgere altre operazioni.


Cosa sono la memoria di lavoro e l’attenzione?

La memoria di lavoro (ML) è una particolare tipologia di memoria a breve termine, che ci permette di tenere a mente le informazioni per eseguire delle operazioni mentali su di esse.
La ML è utilizzata innumerevoli volte durante la giornata, essa ci permette infatti di tenere a mente un numero di telefono suddividendolo in raggruppamenti di 3 numeri o di conservare informazioni sulle lettere, per poi completare la decodifica della parola.

L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare le informazioni necessarie, escludendo i distrattori e il rumore di fondo. Ci permette, pertanto, di concentrarci su uno stimolo target, senza farci distrarre dall’ambiente circostante.
Ci sono molte tipologie di attenzione: 
– divisa >> riuscire a prestare attenzione su più stimoli contemporaneamente;
– selettiva >> concentrarsi su un solo elemento per volta;
– mantenuta >> protrarre l’attenzione per un tempo piuttosto lungo su una qualsiasi operazione;
 alternata >> capacità di alternare l’attenzione fra due stimoli diversi;

Appare pertanto evidente l’importanza sia della memoria di lavoro, sia di tutte le tipologie di attenzione per sviluppare le abilità di apprendimento (lettura, scrittura e calcolo). Se, ad esempio, la ML ci permette di tenere a mente l’inizio della parola che stiamo leggendo, per poi individuarla nella sua interezza e comprenderla, l’attenzione ci permette di selezionare quella parola, spostare le risorse da una lettera a quella successiva, ignorare i distrattori e aggiornare la ML.

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

Bambini e Arti Marziali

Il ruolo delle Arti Marziali nello Sviluppo Psicofisico del Bambino (e dell’Adulto)

Come le Arti Marziali aiutino a sviluppare Attenzione e Autocontrollo

Le Arti Marziali sono discipline basate sull’inscindibile fusione di mente e corpo. Non sono una semplice ginnastica o una semplice attività sportiva. Sono qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre. Ci sono molte tipologie di Arti Marziali, tutte accomunate da alcuni principi fondamentali quali un lungo percorso storico alle spalle, un significato psicologico profondo e uno scopo educativo.

L’attività corporea strutturata ha molti benefici sulla persona, sia a livello fisico, sia a livello psicologico. In modo particolare le Arti Marziali concorrono a migliorare l’autostima, a sviluppare la sfera emotiva e l’empatia verso l’altro, aiutano a sperimentare rapporti con i pari, la collaborazione per arrivare ad uno scopo comune, il rispetto delle regole sociali e la perseveranza.

Un aspetto da non sottovalutare per chi pratica arti marziali, e che le distingue dagli altri sport, è il rapporto con il Sensei. La parola Sensei consta di due parti: sen, che significa“prima” e sei, che significa “vita”. Il Sensei è, pertanto, qualcuno più avanti nel percorso della vita. E’ qualcuno che, attraverso l’insegnamento delle arti marziali stimola il progresso personale di ciascun allievo e lo fa nel Dojo (Do = via; Jo = Luogo). Il Dojo, non è una semplice palestra, ma un luogo dove ci si imbarca nel viaggio della scoperta, guidati appunto da qualcuno che vi è passato prima di noi.

In concreto…cosa aiutano a sviluppare le arti marziali?

Le arti marziali aiutano a:

– Sviluppare e potenziare le Funzione Esecutive e Attentive come l’allerta, ovvero la capacità di prestare attenzione fino al segnale di avvio e iniziare un’azione; il controllo della risposta, ovvero la capacità di monitorare quale sia il momento opportuno per agire; l’attenzione in tutte le sue declinazioni; il problem solving e la memoria di lavoro, in quanto è necessario ascoltare le indicazioni, elaborarle e tenerle a mente per metterle in pratica al momento giusto.

Gestire i conflitti della vita quotidiana, insegnando l’assertività.
Gestire i conflitti in maniera assertiva, significa essere in grado di gestirli evitando l’aggressività. Avendo la capacità di comunicare in maniera non aggressiva, ascoltare l’altro senza prevaricarlo e giungere ad una soluzione che sia il più favorevole possibile per entrambi.

Imparare rispetto e tolleranza verso i propri pari, sviluppando qualità sociali come l’empatia, la collaborazione, la responsabilità e la conoscenza dei propri limiti.

– Mantenere una condizione psicologica di rilassamento, che passa attraverso lo sviluppo dell’autostima e della respirazione. Tale condizione permette di non farsi sopraffare da emozioni negative e paure, tenendo sempre a mente chi siamo e i nostri obiettivi.

– Sviluppare la capacità di attendere una gratificazione, quindi della memoria prospettica che permette di immaginarsi lo scopo finale, anche se lontano nel tempo, e impegnarsi quotidianamente per un obiettivo che va al di là dei singoli allenamenti.

– Sviluppare la determinazione di impegnarsi in un percorso lungo e importante con la capacità di affrontare le difficoltà che, inevitabilmente, si incontrano durante la vita

– Sviluppare l’Autocontrollo, ovvero la capacità di gestire le proprie emozioni, i propri istinti, il proprio corpo e la propria mente.

Le Arti Marziali, permettono pertanto, se insegnate con criterio e con le giuste competenze, di sviluppare capacità sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista affettivo e sociale. Diversi studi hanno infatti riportato come le Arti Marziali siano indicate anche per tutti quei bambini che hanno difficoltà di attenzione e di apprendimento.

Bibliografia:
Antonietti R., Educare al conflitto: il ruolo delle arti marziali.Stage Nazionale Aikido – Fesik e D.A. Diretto dal M. Dott. Michel Nehme – 24-26/9/10 Gaeta.
FACCIOLI, LUCIANO & ARDU, ELEONORA & Benso, Francesco. (2015). Funzioni Attentive Esecutive, gioco del calcio e apprendimenti. Difficoltà in Matematica Erickson Trento. 201 . 215.
Luccherino L. e Pezzica S., Sport e ADHD: un Campus Estivo residenziale per adolescenti con Disturbo da Defi cit di Attenzione e Iperattività.Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (2012), vol. 79: 467-478.


Curiosità

Il Parent Training

Cos’è il Parent Training e a Cosa Serve

Il Parent Training è un programma di aiuto rivolto ai genitori, con lo scopo di aiutarli a gestire comportamenti problematici di figli con ADHD o DDAI.

Rispetto all’ADHD o DDA/I, acronimo per Disturbo da Deficit di Attenzione /Iperattività , non vi è ancora un accordo condiviso in letteratura. Per dare un’idea molto generale e assolutamente non esaustiva, di questo disturbo, si può dire che è caratterizzato da difficoltà di attenzione, di concentrazione, difficoltà nel controllare gli impulsi, il proprio comportamento e di attendere per una gratificazione.
L’ ADHD non è una fase dello sviluppo e rappresenta serie difficoltà per la famiglia, per il singolo e per la scuola.
Con questo preambolo si vuole semplicemente dare un’idea di cosa sia l’ADHD alle persone che non erano a conoscenza di questo disturbo.

Scopo di questo articolo non è aprire un dibattito sull’ADHD, quanto quello di spiegare cosa sia il Parent Training e la sua funzione.

Il Parent Training (PT) ha come scopo quello di aiutare i genitori ad individuare e manipolare gli antecedenti che possono scatenare un comportamento problema. Imparare a controllare comportamenti problematici, utilizzare sapientemente i rinforzi positivi, le ricompense tangibili e quelle sociali.
Il Parent Training può essere fatto individualmente o a piccoli gruppi. E’ un percorso che viene svolto con una figura professionale preparata in quest’ambito, quale uno psicologo.
Il percorso si articola in circa 8 incontri in cui vengono affrontate le varie tematiche del caso, come le difficoltà educative, come avviare una comunicazione efficace, la relazione genitore-figlio, l’importanza delle regole, la contrattazione e le strategie educative più adatte nello specifico.

Il Parent Training consente di migliorare la relazione familiare non solo genitore-figlio, ma anche fra i due genitori.
Diverse ricerche illustrano come i genitori di figli con ADHD percepiscano uno stress più alto rispetto ad altri genitori. Un livello di conflittualità molto alto sia rispetto al figlio, sia rispetto all’altro genitore con un innalzamento dell’aggressività. Chiaramente tutte queste dinamiche negative non fanno altro che autoalimentarsi e fungono da carburante per comportamenti disfunzionali. Da qui nasce l’importanza di fermare questo ciclo che si auto-alimenta, per favorire un clima familiare disteso, in cui la coppia genitoriale ritrovi se stessa, dove il figlio venga vissuto come un alleato con cui poter dialogare e svolgere attività. E’ altrettanto importante poi, per il figlio far parte di un clima sereno, che non alimenti le proprie difficoltà, ma che riesca a gestirle, in modo che si abbassi anche il proprio senso di insoddisfazione e frustrazione.

Bibliografia:

DeWolfe N., Byrne J., e Bawden H., (2000), ADHD in preschool children: Parent-rated psychosocial correlates, “Developmental Medicine & Child Neuurology”, n 42, pp 168-192.

Vio C., Spagnoletti M.S. (2013), Bambini disattenti e iperattivi: parent training. Trento: Erickson