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Discalculia

Che cos’è la Discalculia?

Discalculia

La discalculia fa parte dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e riguarda le abilità matematiche e di calcolo. Fanno parte dei DSA anche dislessia, disortografia e disgrafia, di cui abbiamo già parlato in articoli precedenti. Oggi approfondiamo l’aspetto della discalculia, chiarendo alcuni punti fondamentali.

Fino ad adesso sono stati identificati almeno 2 profili di discalculia. Un primo profilo è relativo alle difficoltà nella cognizione numerica di base e l’altro è relativo alle difficoltà nelle procedure esecutive e del calcolo scritto.

Profilo 1: Discalculia e cognizione numerica di base

La cognizione numerica di base riguarda tutte quelle abilità innate che vengono sviluppate dai bambini dalla nascita in poi. Questo significa che ci sono alcune competenze numeriche che ognuno di noi sviluppa prima di accedere alla scuola primaria e che hanno una base innata. Mano a mano che il bambino cresce, sviluppa diverse competenze quali: subitizing (capacità di distinguere in modo rapido la quantità di un numero di oggetti), quantificazione, comparazione, seriazione e strategie di calcolo a mente. Queste sono le basi su cui poi si andranno a sviluppare le procedure esecutive che impariamo a scuola.

Esempi di Difficoltà nella cognizione numerica di base

Bambini e ragazzi che non abbiano sviluppato appieno queste capacità, possono, ad esempio, presentare difficoltà nell’ordinamento di numeri dal più piccolo al più grande su una linea immaginaria, avere difficoltà nel distinguere velocemente insiemi più o meno numerosi o avere difficoltà a distinguere quale numero è maggiore dell’altro.

Si può fare qualcosa per questo profilo di discalculia?

Sì! Nel caso in cui si notino alcune difficoltà sopra descritte, è possibile sia fare un accertamento delle abilità, sia impostare un percorso di potenziamento. Il percorso permetterà di migliorare e consolidare le basi. Dato che si tratta di abilità che dovrebbero essere innate, prima si agisce e meglio è al fine di agevolare i futuri apprendimenti scolastici.

Profilo 2: Discalculia e procedure esecutive

Il secondo profilo di discalculia, si riferisce invece a difficoltà relative alle procedure esecutive e alle difficoltà di calcolo.
Fanno parte delle procedure esecutive la lettura, la scrittura e la messa in colonna dei numeri. Fanno, invece, parte delle difficoltà di calcolo il recupero dei fatti numerici (tabelline e operazioni semplici) e gli algoritmi (regole) del calcolo scritto.

Esempi di difficoltà e procedure esecutive

Chi rientra in questo secondo profilo può presentare difficoltà nella lettura e scrittura dei numeri e confondere, ad esempio il 6 e il 9,  sbagliare nel mettere in colonna i numeri per eseguire le operazioni, avere difficoltà nel ricordare le procedure per eseguire i calcoli e avere difficoltà a ricordare anche le operazioni più semplici come le tabelline.

Si può fare qualcosa per questo profilo di discalculia?

Anche in questo caso la risposta è sì! E’ possibile intervenire, sia per valutare realmente le abilità, sia per potenziarle e aiutare i bambini e i ragazzi nelle procedure matematiche e nei calcoli.

Riassumendo…

Nel primo profilo descritto, si hanno difficoltà rispetto alle procedure di base che dovrebbero essere innate, nel secondo profilo invece si hanno difficoltà legate alle procedure esecutive.

La discalculia è diagnosticabile a partire dalla fine della 3° primaria, differentemente da dislessia e disortografia che possono essere diagnosticate a partire dalla fine della 2° primaria. Nonostante questo, è comunque possibile eseguire dei test che valutino i prerequisiti necessari per sviluppare correttamente le abilità numeriche e di calcolo.


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Curiosità

Disortografia e Disgrafia

Che Differenza c’è fra Disortografia e Disgrafia?

Disortografia e Disgrafia

La Disortografia e la Disgrafia fanno parte dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA). I DSA sono disturbi del neurosviluppo che colpiscono una o più abilità fra lettura, scrittura e matematica. Si chiamano Specifici proprio perché colpiscono specificatamente queste aree, a fronte di un’intelligenza nella norma.

Abbiamo già spiegato in articoli precedenti sia cosa siano, in generale, i DSA, sia cosa sia la Dislessia. Oggi cercheremo di chiarire cosa siano la disortografia e la disgrafia.

Aspetti comuni

Spesso si tende a confonderle perché sia la disortografia, sia la disgrafia sono difficoltà specifiche di apprendimento legate alla scrittura. Tuttavia i loro aspetti in comune finiscono qui. Infatti…

Disortografia

La disortografia riguarda l’ortografia, ovvero il modo di scrivere corrispondente alla norma grammaticale. Più semplicemente l’ortografia si riferisce al rispetto delle regole grammaticali. Di conseguenza, per disortografia si intende un disturbo specifico di apprendimento tale per cui il ragazzo non riesce a rispettare alcune regole grammaticali e compie numerosi errori. Gli errori sono i più vari: errori nella scrittura delle doppie, dei gruppi consonantici gn-gli-ghi-ghe-gi-ge-ci-ce, errori nella scrittura delle parole con l’apostrofo e con l’H.

Le persone con disortografia conoscono le regole grammaticali, ma non sono in grado di applicarle in maniera automatica. Questo significa che mentre scrivono una frase o pensano al senso della frase o alle regole grammaticali. Motivo per cui, spesso, almeno per i primi tempi, negli scritti dei ragazzi con disortografia si da maggior peso al contenuto piuttosto che alla forma.

Si può fare qualcosa per la disortografia?

Certo! Per le persone con disortografia è possibile migliorare e cercare di rendere più automatica l’applicazione delle regole. Il percorso è lungo e difficile, ma ci si può riuscire. Ovviamente nei momenti di agitazione e/ o di stanchezza, gli errori possono saltare nuovamente fuori.

Disgrafia

La disgrafia riguarda invece la calligrafia, ovvero la forma della scrittura ed in particolare quella in corsivo. E’ possibile diagnosticarla durante il ciclo della primaria, successivamente è più complicato perché crescendo ognuno di noi personalizza la propria calligrafia allontanandosi dalla scrittura accademica.

Una persona con disgrafia ha una calligrafia poco leggibile, quasi incomprensibile anche da se stessa. In genere è associata ad una gestione dello spazio-foglio non ottimale, quindi non riesce ad andare in linea, le lettere passano dall’ essere molto grandi ad essere molto piccole anche all’ interno della stessa frase.

La disgrafia è pertanto legata alla motricità fine, persone con disgrafia hanno infatti anche difficoltà in piccole cose della vita quotidiana come allacciarsi le scarpe o abbottonarsi la camicia o la giacca.

  Si può fare qualcosa per la Disgrafia?

Anche qui la risposta è sì, Si può fare molto! Attraverso un buon percorso della durata di circa un anno, si vede un miglioramento sia della calligrafia, sia della motricità fine negli aspetti quotidiani.

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Dislessia e Difficoltà di Lettura

Sfatiamo i Falsi Miti e Facciamo Chiarezza

Dislessia e Difficoltà di Lettura

Si sente spesso parlare di Dislessia e di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), ma c’è ancora molta confusione su cosa siano e, soprattutto, su come aiutare e cosa aspettarsi da bambini, ragazzi e anche adulti con DSA.
Per un approfondimento su cosa siano i DSA rimandiamo ad un articolo precedente, così come per l’approfondimento su come leggono le persone con dislessia.
In questo articolo cercheremo invece di sfatare qualche falso mito e qualche convinzione ancora presente.

Sfatiamo qualche falso mito sulla Dislessia!

“I ragazzi con dislessia hanno un’intelligenza sotto la norma”

FALSO! Bambini e ragazzi con dislessia o qualsiasi forma di DSA non hanno un’intelligenza sotto la norma. Anzi è proprio un criterio di esclusione, questo significa che il professionista prima di emettere una diagnosi di DSA, deve assicurarsi che l’intelligenza del bambino sia nella norma.

“Dislessici si diventa”

FALSO! Dislessici non si diventa, ma si è. E’, infatti, un disturbo del neurosviluppo. E’ possibile, tuttavia, che non ci si accorga immediatamente di questo disturbo se lieve e se il bambino attua già da solo alcuni metodi compensativi. Può tuttavia emergere in modo più severo con l’aumento delle richieste scolastiche.

“I bambini con dislessia non hanno voglia di leggere”

FALSO! Spesso a molti bambini con dislessia piace leggere, seppure fanno molta fatica.
La poca voglia di leggere da una parte è fisiologica, come per molti bambini a sviluppo tipico, dall’altra deriva dalla fatica che questi bambini fanno durante la lettura, portandoli a preferire l’ascolto del racconto piuttosto che la lettura.

“Se si è dislessici, non c’è più speranza”

FALSO! E’ possibile migliorare le capacità delle persone con dislessia o altri disturbi specifici dell’apprendimento. Prima si riesce ad individuare il disturbo, prima si può intervenire con un percorso mirato. E’ possibile migliorare anche per adolescenti e adulti!

“E’ vero che più si legge meglio è?”

Non proprio, questo può funzionare per un bambino a sviluppo tipico, ma non per un bambino con dislessia.

“Perché?”

La persona con dislessia non riesce ad automatizzare la lettura, leggere tanto non aiuta a renderla automatica perché prima è necessario lavorare su quello che sta sotto la dislessia come la memoria di lavoro e l’attenzione.

“Ragazzi con DSA devono scegliere scuole meno impegnative”

FALSO! I ragazzi con DSA devono scegliere la scuola che preferiscono, pensando al proprio futuro. L’importante è fare ogni anno un buon PDP (Piano Didattico Personalizzato) e seguire dei percorsi apposta per potenziare le proprie abilità e impostare un metodo di studio basato sui propri punti di forza.

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Potenziamento Cognitivo o Aiuto Compiti?

E’ meglio un Percorso di Potenziamento o di Aiuto Compiti?

Potenziamento cognitivo o aiuto compiti?

Spesso si sente parlare di aiuto compiti, sostegno al metodo di studio e metacognizione e di potenziamento cognitivo, ma ancora più spesso non si comprende quale differenza ci sia e cosa sia meglio scegliere per il bambino.
Scopo di questo articolo è fugare ogni dubbio, una volta per tutte!

Si parla di aiuto compiti tutte quelle volte in cui il bambino viene seguito durante lo svolgimento dei compiti, chiarendo concetti complessi, spiegando informazioni poco chiare e riprendendolo nel caso di distrazione, senza tuttavia dare indicazioni su come studiare un testo e senza indicare strategie alternative di studio. Nell’aiuto compiti la relazione è spesso uno a molti.
L’aiuto compiti è pertanto un supporto indicato per tutti quei bambini che non hanno difficoltà di apprendimento e che hanno già un proprio metodo di studio consolidato e funzionante. L’aiuto compiti può aiutare il bambino a concentrarsi, organizzarsi e svolgere i compiti in un minor tempo proprio perché seguito da un adulto che interviene in caso di bisogno.

Si parla di sostegno al metodo di studio e metacognizione tutte quelle volte in cui il bambino o ragazzo viene seguito per trovare un metodo di studio adatto a lui, basandosi sui suoi punti di forza, divenendo consapevole delle strategie migliori per se stesso. In genere la relazione è uno ad uno, ma può anche essere uno a due, tre se i bambini sono piuttosto omogenei sia a livello di caratteristiche, sia a livello di età.
Il sostegno al metodo di studio e metacognizione è adatta a tutti quei bambini o ragazzi con o senza difficoltà di apprendimento che non abbiano ancora trovato un metodo di studio efficace da applicare. A differenza dell’aiuto compiti, pertanto, l’obbiettivo non è riuscire a concludere gli esercizi, ma trovare un metodo idoneo che il bambino possa applicare anche in autonomia a casa.

Si parla infine di potenziamento cognitivo tutte quelle volte in cui il bambino o ragazzo è seguito per potenziare alcuni aspetti legati ad attenzione, lettura, funzioni esecutive, memoria di lavoro,…tutte quelle componenti che sottostanno alle difficoltà di apprendimento. In questo caso la relazione è sempre uno ad uno poiché il potenziamento richiede estrema concentrazione e deve essere tarato sul bambino di volta in volta seguendone i progressi.
Il potenziamento cognitivo è adatto a tutti quei bambini o ragazzi con difficoltà di apprendimento e/o di attenzione che fanno fatica nei vari aspetti dell’apprendimento. A differenza del sostegno al metodo di studio, nel potenziamento cognitivo si lavora sulle difficoltà sottostanti al metodo di studio, aumentando le risorse cognitive del bambino.
Il potenziamento cognitivo deve essere effettuato regolarmente, in modo continuativo e progressivo al fine di ottenere buoni risultati perché si va a lavorare sulle funzioni esecutive.
A seguito o in parallelo al potenziamento cognitivo può essere affiancato un percorso sul metodo di studio, per imparare come affrontare lo studio o un percorso di aiuto compiti per lavorare sull’autonomia se si ha già un metodo di studio efficace.

Concludendo, possiamo affermare che la scelta del percorso dipenda esclusivamente dall’obiettivo che si vuole raggiungere e dalle abilità del bambino o ragazzo. Scegliere il percorso più adatto è fondamentale per portare progressivamente i bambini all’autonomia e all’indipendenza. E’ pertanto necessario scegliere sempre pensando al futuro e non al bisogno immediato. Malgrado sia difficile e scoraggiante impegnarsi in percorsi a lunga durata, spesso scegliere un percorso più impegnativo e più lungo nel presente, può portare a risultati migliori nel futuro. Dobbiamo sempre chiederci e, nel caso affidarci agli esperti, che cosa sia meglio per il futuro del bambino.

Curiosità

Dislessia

Come Leggono le Persone con Dislessia

Libri, lettura e dislessia

In un articolo precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’attenzione e delle memorie anche nei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), ma come legge una persona con dislessia? E perché?

Secondo la Neuropsicologia, ci sono due vie per la lettura: la via fonologica e la via lessicale. La prima permette una conversione grafema/fonema e quindi una lettura lettera per lettera, mentre la seconda permette una lettura più veloce accedendo al significato della parola.

Quando impariamo a leggere, utilizziamo prevalentemente la via fonologica, leggendo lettera per lettera. Attraverso la pratica e l’automatizzazione di questa via, si passa gradualmente a sviluppare la via lessicale che ci permette di leggere le parole più velocemente, proprio perché sono conosciute e riusciamo ad accedere al loro significato.

DI QUALI RISORSE ABBIAMO BISOGNO PER CONSOLIDARE LA VIA FONOLOGICA?

Per passare dalla via fonologica a quella lessicale, è necessario che venga ben consolidata la via fonologica e, per farlo, sono necessarie alcune risorse.

1- Risorse attentive: utili per associare il suono al grafema
2- Attenzione Spaziale: utile per spostare l’attenzione da una lettera all’altra e da una parola a quella successiva
3- Memoria di Lavoro: utile per conservare le lettere e completare la decodifica
4- Visuo-Percezione: utile per riconoscere lettere e suoni simili

Una volta consolidata la via fonologica siamo pertanto in grado di riconoscere velocemente le lettere e associarle ai suoni corrispondenti.

SAPER SPOSTARE L’ATTENZIONE IN MODO FUNZIONALE ALLA LETTURA.

Una volta che la via fonologica è stata ben acquisita, è importante essere in grado di spostare l’attenzione in modo funzionale. 
E’ infatti importante avere la capacità di stringere il fuoco dell’attenzione su determinati particolari o di allargarlo sull’intera parola.

RICONOSCIMENTO DELLA FORMA DELLE PAROLE

Una volta acquisita la capacità di gestire il fuoco dell’attenzione, si può passare alla formazione di una memoria a lungo termine per la forma delle parole. Questo permette, quando leggiamo un testo, di riconoscere immediatamente le parole che fanno parte di questa memoria e di leggerle velocemente accedendo al loro significato.

A questo punto la via lessicale è sviluppata e verrà utilizzata in modo preferenziale poiché più veloce ed efficiente.

Come abbiamo visto, la formazione della capacità di leggere attraverso la via lessicale, è strettamente legata alle capacità attentive.

SPOSTAMENTO DEI MOVIMENTI OCULARI

I movimenti oculari saccadici, sono rapidi spostamenti dell’occhio che ci aiutano nella lettura. Nello stesso istante in cui decodifichiamo una parola, la periferia del fuoco attentivo è già passata ad analizzare la parola successiva. Questo permette, mentre decodifichiamo una parola, di iniziare a processare già la parola successiva che sta alla destra della precedente. Lavorando con la periferia del fuoco attentivo, non si crea interferenza rispetto alla parola che si sta processando, ma ci da informazioni utili per la lettura della parola successiva come lunghezza e posizione. Questo ci permette di essere avvantaggiati e sapere già di quanto spostare il fuoco dell’attenzione sulla parola successiva ed essere più fluidi nella lettura.

Ecco che, in alcune persone con dislessia, questi movimenti oculari saccadici non avvengono in modo ordinato ed efficiente. Sono presenti anzi molte regressioni oculari, quindi il fuoco dell’attenzione tende a tornare indietro su parole già lette, il tempo impiegato nella fissazione della parola è molto ampio e i movimenti oculari in avanti sono molti, brevi e non efficienti.

Di seguito, un esempio di come vengano eseguiti i movimenti oculari saccadici di un normolettore e di una persona con dislessia. Come si può notare, la persona con dislessia tende a spostare le saccadi in maniera disordinata ed inefficiente, commettendo molte regressioni non informative.

bty La Dislessia pp. 35, Eva Benso, il leone verde 2011

Le persone con dislessia pertanto hanno difficoltà nell’automatizzare il modulo di lettura e nell’automatizzare i movimenti oculari saccadici in modo che siano informativi e facilitino la lettura. Questo comporta un maggiore dispendio di energie che vengono, di conseguenza, tolte ad altri processi quali la comprensione del testo, la formulazione di risposte, il ragionamento e il collegamento fra argomenti già studiati. Tutto questo, porta inevitabilmente una persona dislessica a stancarsi prima rispetto ai normolettori, ad esaurire prima le risorse attentive avendo quindi difficoltà a svolgere compiti molto lunghi e in cui la richiesta attentiva è molto alta (un esempio possono essere compiti in classe molto lunghi).

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

DSA Come Migliorarne le Abilità

E’ possibile migliorare le abilità di un DSA?

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Come illustrato in un articolo precedente, quello che accomuna tutti i DSA è la mancanza di automatismi.
In questo articolo, cercheremo invece di capire come poter intervenire e migliorare le abilità, non solo di bambini o ragazzi, ma anche degli adulti.

Quando eseguiamo una qualsiasi azione, sia essa fisica o mentale, utilizziamo delle energie. Così come le energie fisiche non sono (ahimè) infinite, anche quelle mentali si esauriscono.
Le risorse che abbiamo a disposizione per eseguire le operazioni mentali sono infatti limitate.
Questo significa che per eseguire un’azione utilizziamo una parte di risorse. Più l’azione che dobbiamo eseguire è automatizzata, meno risorse utilizziamo. Utilizzando poche risorse, potremo spenderne altre per eseguire un’altra azione contemporaneamente.

Un esempio calzante è la guida. Le prime volte in cui si impara a guidare, tutte le risorse sono impiegate nella guida stessa e non siamo in grado di svolgere ulteriori azioni come parlare o ascoltare. Man mano che acquisiamo sicurezza nella guida (il processo diventa automatico) ecco che siamo in grado non solo di guidare con maggiore disinvoltura, ma anche di svolgere altre operazioni come parlare al passeggero, ascoltare la musica,…
Il processo di guida, torna a necessitare di più risorse attentive nel momento in cui, ad esempio, ci troviamo a guidare in una città che non conosciamo o in un paese in cui la guida è a sinistra. In questi casi, avremo bisogno di essere nuovamente concentrati al massimo sulla guida perché sono presenti stimoli diversi dal solito e che non sappiamo “processare” in maniera automatica.

Allo stesso modo, una persona con DSA. non è in grado di automatizzare la lettura, la scrittura o il calcolo. Questo significa che dovrà investire sempre una grande quantità di risorse cognitive per svolgere tali operazioni.

Quello che si può fare è lavorare sulla memoria di lavoro e sulle capacità attentive.
Si cerca, attraverso un potenziamento specifico di aumentare la capacità sia della memoria di lavoro, sia dell’attenzione sotto tutte le sue forme.
Aumentare le risorse attentive e il modo di gestirle, significa aumentare le risorse cognitive che abbiamo a disposizione per eseguire le varie operazioni e, quindi, lavorare sugli automatismi.

L’obiettivo principale, pertanto, non è lavorare direttamente sulle capacità di lettura, scrittura o calcolo, ma sulle risorse che ne permettono lo sviluppo.
In questo modo, si otterrà anche un miglioramento conseguente sulle capacità di apprendimento che risulteranno più automatizzate. Ciò permette alle persone con D.S.A. di avere a disposizione ulteriori risorse per svolgere altre operazioni.


Cosa sono la memoria di lavoro e l’attenzione?

La memoria di lavoro (ML) è una particolare tipologia di memoria a breve termine, che ci permette di tenere a mente le informazioni per eseguire delle operazioni mentali su di esse.
La ML è utilizzata innumerevoli volte durante la giornata, essa ci permette infatti di tenere a mente un numero di telefono suddividendolo in raggruppamenti di 3 numeri o di conservare informazioni sulle lettere, per poi completare la decodifica della parola.

L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare le informazioni necessarie, escludendo i distrattori e il rumore di fondo. Ci permette, pertanto, di concentrarci su uno stimolo target, senza farci distrarre dall’ambiente circostante.
Ci sono molte tipologie di attenzione: 
– divisa >> riuscire a prestare attenzione su più stimoli contemporaneamente;
– selettiva >> concentrarsi su un solo elemento per volta;
– mantenuta >> protrarre l’attenzione per un tempo piuttosto lungo su una qualsiasi operazione;
 alternata >> capacità di alternare l’attenzione fra due stimoli diversi;

Appare pertanto evidente l’importanza sia della memoria di lavoro, sia di tutte le tipologie di attenzione per sviluppare le abilità di apprendimento (lettura, scrittura e calcolo). Se, ad esempio, la ML ci permette di tenere a mente l’inizio della parola che stiamo leggendo, per poi individuarla nella sua interezza e comprenderla, l’attenzione ci permette di selezionare quella parola, spostare le risorse da una lettera a quella successiva, ignorare i distrattori e aggiornare la ML.

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

Bambini e Arti Marziali

Il ruolo delle Arti Marziali nello Sviluppo Psicofisico del Bambino (e dell’Adulto)

Come le Arti Marziali aiutino a sviluppare Attenzione e Autocontrollo

Le Arti Marziali sono discipline basate sull’inscindibile fusione di mente e corpo. Non sono una semplice ginnastica o una semplice attività sportiva. Sono qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre. Ci sono molte tipologie di Arti Marziali, tutte accomunate da alcuni principi fondamentali quali un lungo percorso storico alle spalle, un significato psicologico profondo e uno scopo educativo.

L’attività corporea strutturata ha molti benefici sulla persona, sia a livello fisico, sia a livello psicologico. In modo particolare le Arti Marziali concorrono a migliorare l’autostima, a sviluppare la sfera emotiva e l’empatia verso l’altro, aiutano a sperimentare rapporti con i pari, la collaborazione per arrivare ad uno scopo comune, il rispetto delle regole sociali e la perseveranza.

Un aspetto da non sottovalutare per chi pratica arti marziali, e che le distingue dagli altri sport, è il rapporto con il Sensei. La parola Sensei consta di due parti: sen, che significa“prima” e sei, che significa “vita”. Il Sensei è, pertanto, qualcuno più avanti nel percorso della vita. E’ qualcuno che, attraverso l’insegnamento delle arti marziali stimola il progresso personale di ciascun allievo e lo fa nel Dojo (Do = via; Jo = Luogo). Il Dojo, non è una semplice palestra, ma un luogo dove ci si imbarca nel viaggio della scoperta, guidati appunto da qualcuno che vi è passato prima di noi.

In concreto…cosa aiutano a sviluppare le arti marziali?

Le arti marziali aiutano a:

– Sviluppare e potenziare le Funzione Esecutive e Attentive come l’allerta, ovvero la capacità di prestare attenzione fino al segnale di avvio e iniziare un’azione; il controllo della risposta, ovvero la capacità di monitorare quale sia il momento opportuno per agire; l’attenzione in tutte le sue declinazioni; il problem solving e la memoria di lavoro, in quanto è necessario ascoltare le indicazioni, elaborarle e tenerle a mente per metterle in pratica al momento giusto.

Gestire i conflitti della vita quotidiana, insegnando l’assertività.
Gestire i conflitti in maniera assertiva, significa essere in grado di gestirli evitando l’aggressività. Avendo la capacità di comunicare in maniera non aggressiva, ascoltare l’altro senza prevaricarlo e giungere ad una soluzione che sia il più favorevole possibile per entrambi.

Imparare rispetto e tolleranza verso i propri pari, sviluppando qualità sociali come l’empatia, la collaborazione, la responsabilità e la conoscenza dei propri limiti.

– Mantenere una condizione psicologica di rilassamento, che passa attraverso lo sviluppo dell’autostima e della respirazione. Tale condizione permette di non farsi sopraffare da emozioni negative e paure, tenendo sempre a mente chi siamo e i nostri obiettivi.

– Sviluppare la capacità di attendere una gratificazione, quindi della memoria prospettica che permette di immaginarsi lo scopo finale, anche se lontano nel tempo, e impegnarsi quotidianamente per un obiettivo che va al di là dei singoli allenamenti.

– Sviluppare la determinazione di impegnarsi in un percorso lungo e importante con la capacità di affrontare le difficoltà che, inevitabilmente, si incontrano durante la vita

– Sviluppare l’Autocontrollo, ovvero la capacità di gestire le proprie emozioni, i propri istinti, il proprio corpo e la propria mente.

Le Arti Marziali, permettono pertanto, se insegnate con criterio e con le giuste competenze, di sviluppare capacità sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista affettivo e sociale. Diversi studi hanno infatti riportato come le Arti Marziali siano indicate anche per tutti quei bambini che hanno difficoltà di attenzione e di apprendimento.

Bibliografia:
Antonietti R., Educare al conflitto: il ruolo delle arti marziali.Stage Nazionale Aikido – Fesik e D.A. Diretto dal M. Dott. Michel Nehme – 24-26/9/10 Gaeta.
FACCIOLI, LUCIANO & ARDU, ELEONORA & Benso, Francesco. (2015). Funzioni Attentive Esecutive, gioco del calcio e apprendimenti. Difficoltà in Matematica Erickson Trento. 201 . 215.
Luccherino L. e Pezzica S., Sport e ADHD: un Campus Estivo residenziale per adolescenti con Disturbo da Defi cit di Attenzione e Iperattività.Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (2012), vol. 79: 467-478.


Curiosità

Disturbi Specifici di Apprendimento – DSA

Cosa sono e Cosa li Accomuna

DSA, acronimo che sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sono disturbi di origine neurobiologica relativi ad un diverso funzionamento delle reti neurali coinvolte nelle abilità di lettura, scrittura e calcolo.
NON si tratta pertanto di un disturbo a livello intellettivo, quanto piuttosto ad una diversa elaborazione delle informazioni.

Attualmente, secondo la Legge n.170 del 2010, i DSA si suddividono in:

Dislessia: disturbo specifico nella decodifica del codice scritto che si manifesta in una lettura lenta e con un elevato numero di errori.

Disortografia: disturbo specifico della compitazione che si manifesta con un alto numero di errori nell’ortografia delle parole e nella difficoltà ad applicare le regole grammaticali in modo automatico. I bambini/ragazzi con disortografia, NON hanno difficoltà nell’imparare le regole di ortografia, quanto piuttosto ad applicarle. Viene a mancare l’automatismo.

Discalculia: difficoltà specifiche che riguardano le aree del numero, del calcolo e del senso del numero. Vengono riconosciuti due profili di discalculia: uno con fragilità nella messa in atto delle operazioni di calcolo ed uno con fragilità nelle capacità di seriazione e confronto fra grandezze, due capacità che sono generalmente innate.

Disgrafia: difficoltà legata alla motricità fine che si manifesta in una scrittura (in corsivo) illeggibile e scarso rispetto dello spazio nel foglio.


Cosa Accomuna i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)?

Al di là delle caratteristiche, c’è qualcosa che leghi insieme tutti i disturbi specifici dell’apprendimento?

Sì, quello che accomuna i DSA è la mancanza di automatismo.
Questo significa che i bambini/ragazzi con DSA sono in grado si imparare una regola, tuttavia non sono in grado di applicarla in maniera automatica.

All’ingresso nella Scuola Primaria, ogni bambino, per imparare a leggere utilizza tutte le sue risorse attentive. Questo significa che all’inizio, il bambino non sarà in grado di cogliere tutte le sfumature del testo, in quanto le sue energie mentali sono impiegate nella lettura e ha poche energie per la comprensione del testo stesso.

Col passare del tempo, il bambino normo-lettore automatizzerà la lettura, quindi le risorse che impiegherà nella lettura saranno poche e le risorse che gli rimarranno, potranno essere utilizzate per la comprensione di un testo.

Avviene lo stesso processo quando un adulto impara una nuova lingua, all’inizio dovrà sforzarsi molto per leggere le parole con la giusta pronuncia e con molta probabilità capirà poco di quanto ha letto, proprio perché ha utilizzato la maggior parte delle risorse per la pronuncia e gliene rimangono poche per la comprensione.

Ecco, un bambino/ragazzo con DSA fa fatica ad automatizzare i processi, pertanto utilizzerà molte energie per la lettura, scrittura, calcoli (dipende dalla tipologia di DSA) e ne avrà poche per eseguire l’esercizio vero e proprio: comprensione, scrivere frasi di senso compiuto, risolvere un problema. Oppure utilizzerà le risorse per svolgere l’esercizio, ma, avendo poche risorse rimaste, commetterà molti errori: di lettura, di scrittura o di calcolo.

In genere, infatti, si consiglia agli insegnanti di dare meno esercizi piuttosto che aumentare il tempo a disposizione. Il bambino/ragazzo con DSA si stanca più velocemente rispetto agli altri in quanto lo sforzo che impiega è maggiore. Dare più tempo quindi non è utile perché le sue risorse saranno già esaurite. Meglio dare un numero minore di esercizi, in modo che vengano affrontati tutti con più energie.

Bibliografia
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.