Curiosità

Disturbo Oppositivo Provocatorio

Che cos’è il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Disturbo Oppositivo Provocatorio - DOP

Negli ultimi anni, si sente spesso parlare di Disturbi del comportamento e del disturbo oppositivo provocatorio (DOP), soprattutto associato ai bambini, ma…che cos’è realmente il disturbo oppositivo provocatorio? E’ davvero un disturbo o solo un periodo di passaggio in cui i bambini sono particolarmente ostili?

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) è un disturbo da comportamento distruttivo che comprende comportamenti consistentemente negativi, ostili e di sfida.
La maggior parte di bambini e ragazzi, attraversa fasi in cui risulta un po’ scontroso, capriccioso e in cui vuole avere sempre ragione, tuttavia solo quando queste tipologie di comportamenti oppositivi si cronicizzano, tanto da compromettere il proprio sviluppo, si cade nella patologia.
Il DOP pertanto, non è una fase di passaggio, ma un vero e proprio disturbo che può manifestarsi in alcuni bambini e ragazzi. Non ha nulla a che fare con il normale periodo dell’adolescenza in cui i ragazzi tentano di sfidare i genitori e anelano all’indipendenza.

I bambini che soddisfano i criteri diagnostici del DOP, sono in genere molto irritabili, tendono a perdere molto velocemente la pazienza, sfidano le regole continuamente, rifiutano di accondiscendere alle richieste degli adulti, litigano spesso con gli adulti, danno la colpa agli altri dei propri errori, …
In genere, i comportamenti associati al DOP esordiscono negli anni prescolari e persistono per tutta l’adolescenza.
Il DOP è spesso in comorbidità con il DDA/I, ovvero il Disturbo da Deficit di Attenzione con Impulsività e/o Iperattività.

E’ di massima importanza cercare di trattare il DOP, in quanto bambini e ragazzi che rientrano in questo disturbo, sono maggiormente portati a sviluppare condotte disadattive in età adulta.
Ci sono diversi approcci di trattamento, alcuni improntati solo sul bambino, altri solo sui genitori e altri ancora lavorano sia sul bambino, sia sulla famiglia.
Ovviamente ogni famiglia e ogni bambino sono diversi, pertanto non è possibile applicare lo stesso protocollo riabilitativo a tutti, ma si può affermare in maniera generale che un approccio che lavori sia sul singolo, sia sull’ambito familiare, sia da preferire rispetto agli altri.
Risultano molto utili protocolli di psico-educazione genitoriale e di parent training, associati eventualmente alla terapia individuale.

Bibliografia:
Hansell J. e Damour L., Psicologia Clinica, Bologna ,Zanichelli, 2014.

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Donne

Donne

Giornata contro la violenza sulle donne

Lunedì 25 Novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E’ una giornata estremamente importante perché nel mondo e in Italia, se ne parla ancora troppo poco.
La violenza che viene agita può prendere diverse forme, dalla violenza fisica, allo stupro, alla violenza psicologica.
Mediamente subisce violenza una donna su tre, sì proprio così, UNA DONNA SU TRE, dai 15 anni in su.
La maggior parte degli atti di violenza è perpetrata da partner.
In Italia, il 62,7 % degli stupri è operata da partner o ex partner.
Nel 38% dei casi di femminicidi, il responsabile è ancora il partner .

Questi dati sono agghiaccianti e ci fanno riflettere su molti aspetti, uno dei quali riguarda l’educazione, l’amor proprio. Educazione intesa, in questo caso, nell’educare ad amare. Educare ad amare se stessi e gli altri.
Come si ama se stessi e come si fa ad amare un’altra persona? Ma soprattutto come si distingue l’amore dall’odio? Perché da fuori sembra tutto facile, ma non lo è. Nulla è scontato quando ci si trova in una relazione complessa con vincoli e legami e spesso il coraggio viene meno. Spesso la vergogna prevale, il senso di colpa prevale ma NON deve essere così.

E’ necessario, fin da piccoli, imparare ad amare se stessi e imparare la differenza
fra chi ama e chi ferisce,
fra chi ama e chi lacera,
chi fa male,
chi non rispetta,
chi odia,
chi urla,
chi uccide.
Le parole non sono mai soltanto parole, hanno un potere immenso ed è nostro dovere riappropriarci delle parole e usarle saggiamente, facendo molta attenzione quando e come le usiamo.
Il silenzio può uccidere, l’indifferenza anche.

Forse dobbiamo prestare più attenzione a come insegniamo ad amare, a cosa raccontiamo ai nostri figli e alle nostre figlie, a come insegniamo loro ad amare e a sentirsi amati.
E’ necessario dire ad alta voce che differenza c’è fra amare e usare o odiare.
Mai e dico MAI giustificare un’aggressione che sia essa psicologica o fisica. Mai confondere le parole. Bisogna avere il coraggio di dire la verità, bisogna avere il coraggio di insegnare ai nostri figli come si ama davvero e distinguere bene amore e odio.

Sitografia
http://www.actionaid.it

Curiosità

Prevenzione

Seggiolini anti-abbandono
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L’importanza della Prevenzione

(seggiolini Anti-Abbandono)

Da pochi giorni sono stati resi obbligatori i seggiolini anti-abbandono per le auto. Colgo anche io l’occasione per parlare, non direttamente di questa nuova norma, ma di un argomento più generale: la Prevenzione.
Prevenzione significa (dal lat. praevenire, comp. di prae– «pre-» e venire «venire» ): venire prima. Ovvero muoversi prima che qualcosa avvenga. Perché è così importante la prevenzione?
La prevenzione può essere fatta in qualsiasi ambito, da quello medico, sociale, psicologico a quello meccanico e in tutti questi casi la prevenzione aiuta da una parte perché lavorare prima che un problema sia conclamato, permette un risparmio economico, dall’altro permette di avere prognosi migliori.
Non è semplice lavorare sulla prevenzione perché significa lavorare prima che il problema vero e proprio arrivi e spesso questo ci inibisce, rimandando la cura a quando il problema esiste, in forma acuta o cronica. Lavorare su una malattia o su un danno quando sono presenti, è senz’altro più impegnativo e porta ad un dispendio maggiore sia a livello economico, sia a livello di energie.

Un paese sano, lavora di prevenzione, un paese malato lavora sulla malattia.

Anche in questo caso i seggiolini anti-abbandono sono la pillola per la cura, non la prevenzione.
Ci si è forse chiesti il perché alcuni genitori dimentichino i bambini in auto? Oppure, visto il problema, si è cercato di fornire una soluzione veloce e semplice?
In fondo è una risposta figlia di questo tempo: una risposta semplice e veloce ad un problema profondo e complesso.

Avrebbe richiesto troppe energie scavare nel profondo e avrebbe portato alla luce delle risposte troppo complesse per il tempo che stiamo vivendo.
Il tema della genitorialità è un tema più che mai complesso.
Quando nasce un bambino, nasce immediatamente una coppia genitoriale che deve affrontare tanti cambiamenti e tante sfide, deve ridefinirsi, senza perdersi, attorno al nuovo arrivato.
Il padre ha 5 giorni di congedo…sì solo 5 giorni, come se il padre fosse meno genitore rispetto alla madre, come se del figlio dovesse occuparsene solo ed esclusivamente la mamma. Non sarebbe meglio però che il padre avesse più giorni? Non sarebbe forse importante che il padre potesse essere presente nel periodo successivo al parto? In modo da aiutare la nuova mamma, che ha attraversato un’infinità di cambiamenti e di emozioni durante i 9 mesi, nella gestione del bambino e avere, entrambi, la possibilità di dormire qualche ora in più?
Questo è solo un esempio di cosa significa fare prevenzione. Aiutare la nuova coppia genitoriale nell’affrontare le paure, le fatiche e i cambiamenti che portano la nascita di un bambino.

I seggiolini anti-abbandono non sono una reale soluzione, è necessario fare una prevenzione importante.
Perché riteniamo poi che il telefono sia qualcosa che non possa essere dimenticato, mentre un bambino si? Dove siamo finiti? E’ davvero questo che vogliamo? Vogliamo davvero che tutto dipenda dalla tecnologia? Anche nostro figlio?

Io vorrei credere in un’epoca in cui la prevenzione e la salute vengano prima del resto, vengano prima del lavoro, un’epoca in cui si ritrovi la dimensione dell’umano.

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Zii e Nipoti

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Chi sono gli Zii? Rapporto tra Zii e Nipoti

Non tutti i bambini hanno la fortuna di avere degli zii e non tutti hanno la fortuna di avere degli zii presenti.
Avere uno o più zii significa avere degli adulti di riferimento che non siano i propri genitori, questo conferisce allo status di zio, un ruolo molto particolare.
Lo zio è quella persona che ama incondizionatamente il proprio nipote, che crede in lui, che si emoziona la prima volta che lo prende in braccio e che lo pensa, lo immagina e già gli vuole bene prima ancora che nasca. E’ una persona non solo vicina alla famiglia, ma anche vicino alla coppia genitoriale, con cui i genitori possono confrontarsi senza temere giudizi.
E’ quella persona che regala ai genitori una serata libera, solo per stare un po’ con i propri nipoti.

E’ quella figura che può scherzare, che può permettersi di compiere delle eccezioni con i propri nipoti. E’ una figura un po’ di tramite perché il suo ruolo gli permette di creare un rapporto di maggiore complicità rispetto ai genitori che, specialmente quando i bambini sono piccoli, devono rivestire un ruolo maggiormente autoritario. Lo zio o la zia sono quelle persone che possono anche permettersi di tenere una posizione dura, senza scendere a compromessi, proprio perché, a differenza dei genitori, non vivono quotidianamente con i nipoti.

Gli zii sono anche punti di riferimento durante quel particolare periodo della vita chiamato adolescenza, quando i ragazzi mettono tutto e tutti in discussione, quando si hanno punti di rottura con i genitori e quando si vuole uscire dalle regole.
Ecco, in quel periodo gli zii possono giocare un ruolo fondamentale proprio perché sono molto vicini al nucleo familiare senza direttamente farne parte. Sono figure di cui i ragazzi si fidano e vengono messe meno in discussione rispetto ai genitori proprio in virtù di quel rapporto particolare.

Avere uno o più zii è una fortuna ed esserlo lo è ancora di più.
Essere zii significa avere delle responsabilità, significa dare l’esempio, significa esserci sempre. Significa costruire un rapporto di amore con i propri nipoti, un rapporto tutto particolare che è diverso sia dal rapporto genitore/figli, sia dal rapporto nonno/nipote. Se da una parte i genitori hanno un ruolo più autoritario e i nonni un ruolo incentrato sull’accoglienza, il ruolo degli zii è un ruolo di mezzo dove è richiesto essere autoritari, alle volte anche più dei genitori, senza mai perdere però quel lato di umanità, di accoglienza e di scherzosità. Significa creare una complicità particolare che è diversa per ogni nipote, significa far passare il messaggio io per te ci sarò sempre, di me ti puoi fidare.

Ecco, essere zii è una grande responsabilità, ma è una delle cose migliori che possa capitare.

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Fratelli

Rapporto tra Fratelli, c’è Differenza fra Primo e Secondogenito?

Fratelli e Sorelle
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Quando nasce un secondo bambino, il sistema di relazioni familiari cambia molto.
La mamma, nei primi mesi, deve dedicare molte attenzioni al nuovo nato e questo conduce all’intensificarsi del rapporto fra il primogenito e il padre. Piano piano, il piccolo cresce ed inizia ad interagire sempre di più anche con il padre e con il fratello. Ecco che nell’arco di due anni si va a configurare una tetrade in cui si possono distinguere due sottoinsiemi: quello dei fratelli e quello dei genitori. Si va quindi a definire un rapporto gerarchico fra i sottoinsiemi e relazioni orizzontali entro i sottoinsiemi.

Non sempre è semplice per il primogenito, accettare e accogliere con amore incondizionato il fratellino. Spesso risulta diverso da quanto aveva immaginato e non risulta quel compagno di gioco ideale in cui sperava.
Il rapporto fraterno è senza dubbio una palestra emozionale, sociale e frutto di apprendimento per entrambi i fratelli.

Malgrado passino molto tempo insieme, i fratelli sono molto diversi gli uni dagli altri. Un po’ perché i genitori si occupano di loro in modo diverso per rispondere alle diverse età e alle specifiche temperamentali di ognuno e un po’ perché i fratelli tendono a sviluppare caratteri differenti e a volersi distinguere.

Il primogenito sperimenta, a differenza del fratello, un momento (più o meno lungo) da figlio unico, mentre i secondogeniti entrano a far parte di una dinamica familiare già esistente, con regole e routine già stabilite, dovendo fin da subito dividere e condividere i momenti e le attenzioni dei genitori.

Si ritiene che queste piccole differenze possano concorrere a influire sui caratteri dei bambini.
Il primogenito è candidato a diventare più autoritario, più ambizioso e più dedito alla famiglia assumendo un ruolo protettivo per il fratello minore. Il secondogenito, non dovendo sperimentare l’arrivo di un fratellino e godendosi momenti di maggior indulgenza in virtù di essere il più piccolo, riveste tuttavia un ruolo più basso nella gerarchia. Questo può generare sensi di inferiorità, non sentirsi all’altezza, sfiducia e minor autostima. Ciò gli consente di staccarsi con maggiore facilità dalla famiglia, per trovare la sua strada e sperimentare le proprie abilità sociali.

Il rapporto tra fratelli è un rapporto complesso, non solo per quello di cui sopra, ma anche per le dinamiche interne.
Da una parte la condivisione di giochi e giocattoli, dall’altra la necessità di un proprio spazio, da una parte la voglia di imitarsi l’un l’altro, dall’altra la volontà di differenziarsi e avere una propria personalità. Troviamo da una parte l’amore fraterno, dall’altro le liti, le discussioni e il conflitto.

Ma…Cosa significa avere un Fratello o una Sorella?

Avere un fratello o una sorella maggiore significa avere un punto di riferimento diverso dai genitori, un punto di riferimento meno giudicante, ma che non si vuole in alcun modo deludere, una luce che ti illumina la strada della vita…grande peso da portare per un bambino, un ragazzo poco più grande di noi.

Avere un fratello o una sorella minore, significa avere qualcuno che sappia leggerci dentro senza giudicarci significa credere più nelle sue potenzialità che nelle nostre, significa crederci così tanto che è impossibile che non riesca nei suoi obiettivi…grande peso da portare per un bambino, un ragazzo poco più piccolo di noi.

Crescendo, inevitabilmente, i rapporti cambiano, diventano più egualitari in quanto il fratello minore cerca di modificare il rapporto col più grande per essere visto non più come fratellino da proteggere, ma come pari con cui relazionarsi e in quanto il fratello maggiore esercita meno potere.

Il rapporto tra fratelli dipende da molti fattori, non solo da quelli elencati precedentemente , non esiste, infatti, una ricetta certa. La famiglia, l’ambiente e il temperamento dei singoli incide molto sullo sviluppo del legame fraterno e ogni coppia di fratelli è diversa dall’altra.

Tuttavia, quando è presente, l’amore fraterno è un legame fortissimo, indissolubile che va oltre le barriere del tempo e dello spazio. Un legame che cambia continuamente, passando dalle discussioni per i giocattoli a quelle adolescenziali, dai segreti d’infanzia alla complicità adulta.

Bibliografia:
Berti A.E., Bombi A.S., Corso di psicologia dello sviluppo, il Mulino, Bologns, 2008.

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Genitori e Figli

Prendere le Decisioni Giuste

Quello dei genitori è, senza dubbio, il mestiere più difficile al mondo. Non esiste un’Università che prepari a diventare genitore e, anche se ci sono corsi preparto, non esiste libretto di istruzioni.
Ognuno di noi è diverso, non solo l’uno dall’altro, ma anche dal se stesso del passato. Mi spiego meglio: passando gli anni tutti noi affrontiamo dei cambiamenti che ci portano a maturare e ad affrontare le vicende in maniera diversa rispetto a prima. Se a questo ci aggiungiamo che un figlio ha sempre almeno due genitori, le variabili che entrano in gioco crescono esponenzialmente. Ci troviamo di fronte a molteplici diversità: quella dei singoli genitori rispetto al proprio passato e quella TRA i genitori. E tali diversità non faranno che aumentare col passare del tempo, proprio perché ognuno di noi è in continuo cambiamento, in continua crescita. Tuttavia non va dimenticata una cosa, forse la più fondamentale di quando si diventa genitori e che forse, dato il caos in cui ci si ritrova, può sfuggire: anche il figlio è diverso da entrambi i genitori e ha una sua individualità.

Somiglianze o Differenze?

Appena nasce un bambino, il gioco che si fa spesso fra genitori e familiari è “vedere a chi assomiglia”, cerare di associare ogni sfumatura del suo carattere a uno dei due genitori e, se proprio non riesce, ad uno zio, nonno o parente qualsiasi.
Questo gioco, però fa sfuggire un particolare molto importante: è vero, il bambino assomiglia molto ai suoi genitori e alle famiglie di origine, ma non è un estratto di esse (per fortuna). Il bambino ha una sua personalità, un suo carattere, le sue passioni e certi aspetti sono solo suoi.

Questi tratti di differenza vengono fuori sempre più con l’avanzare dell’età quando il bambino acquisisce la parola, quando inizia a farsi le proprie ragioni, quando inizia ad esprimere le sue preferenze.

Ecco che, spesso, convinti di prendere le decisioni migliori per il figlio, ci si dimentica di cosa vorrebbe lui.
Premetto che non sto insinuando che sia corretto far prendere le decisioni ai bambini, specialmente se piccoli, quanto piuttosto che sia importante tenere conto della loro individualità.

Questo significa che prima di prendere una decisione importante rispetto alla sua vita, dobbiamo chiederci “lo voglio io, o lo vorrebbe lui?” “questa decisione la prendo per me, o per il suo futuro?”
E so che può sembrare scontato, ma non lo è. Alle volte, senza che lo vogliamo, il nostro ego prevale, la nostra storia prevale, le mancanze che abbiamo subito prevalgono ed ecco che il bambino fa uno sport “perché lo ha sempre voluto”, ma questa forse è una scusa perché siamo noi che lo avremmo voluto fare.

L’importanza dell’ascolto

E’ bello e importante far sperimentare le proprie passioni ai figli, coinvolgerli in quello che ci piace fare, ma avendo sempre cura di ascoltarli, di capire se possa essere anche una loro passione, oppure no e in caso contrario lasciarli liberi di decidere quale sarà la loro passione. Chissà, magari dopo aver provato qualcosa di proprio, si accorgeranno che vorranno proseguire l’interesse dei genitori, ma ricordiamo che i bambini hanno una loro individualità.
Questo non significa, ripeto, che debbano fare tutto quello che vogliono, che debbano decidere loro cosa si mangia per cena o dove passare le vacanze, significa solo avere cura della loro diversità.
In un mondo dove la diversità è additata ed esclusa, il dovere dei genitori è proteggere la diversità dei figli, non omologandola a quella altrui, ma difendendola e cercando di farla crescere.

Lo dice la legge: i genitori devono educare i figli “…nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni (…) (Articolo 147 del codice civile).”
Ciò significa che se si è indecisi se mandare il bambino a scuola un anno prima, questa decisione va presa tenendo conto di com’è il bambino. E’ abbastanza maturo? A livello di sviluppo è davvero più avanti? La decisione è presa per assicurare a lui/lei la scelta migliore per se stesso? Se la risposta a tutte queste domande è si, va bene, ma se ci viene un dubbio, uno qualsiasi allora dobbiamo fermarci a riflettere in modo approfondito.

Fare il genitore è un lavoro difficile, non è un lavoro per tutti

L’aspetto più importante è porre i figli come priorità, sì perché non lo hanno chiesto loro di essere figli. Rispettarne l’individualità, la corporeità e i pensieri poiché i figli non sono una proprietà. Vengono messi al mondo e hanno dei genitori, ma non sono proprietà loro. I bambini hanno una propria personalità, sono esseri umani fin dal primo istante di vita e, come tali, vanno rispettati. E’ difficile riuscire a porre i figli come priorità senza perdere la coppia, senza disperdersi. E’ la sfida di ogni genitore: mettere al centro il figlio, senza perdere se stesso, senza perdere la coppia genitoriale.