Curiosità

Diventare Genitori

Vorremmo un Figlio, ma abbiamo Paura…

Genitori e Figli

Sempre più spesso, si ascoltano i racconti di coppie che, da una parte vorrebbero compiere il passo successivo alla convivenza, allargando il proprio nucleo familiare, ma che temporeggiano davanti alle paure.
Che si tratti di coppie giovani o meno giovani, la paura sembra essere maggiore rispetto a qualche decennio fa.

Da una parte troviamo le classiche paure. Quella di non riuscire ad essere dei bravi genitori, di anteporre i propri bisogni a quelli del bambino o di essere schiacciati dai bisogni dello stesso. Dall’altra parte, tuttavia, si trovano altre paure. Paure che erano presenti anche prima, ma che al giorno d’oggi sono estremamente pesanti.
Parliamo della paura di non farcela. Anche prima, le coppie avevano la paura dell’incertezza, ma la speranza di un futuro migliore vinceva. Un tempo le coppie, seppur timorose del futuro, decidevano comunque di allargare la famiglia. Non tutte le coppie erano sistemate a livello lavorativo, le difficoltà c’erano anche allora, tuttavia la percezione del futuro era diversa.

Oggi viviamo nell’incertezza. L’incertezza è divenuta una costante della nostra vita.
Da una parte la paura che il lavoro non sia così costante, dall’altra la responsabilità di mettere al mondo un figlio. In che mondo crescerà? Con che valori entrerà in contatto?

Mettere al mondo un figlio oggi, si tratta di egoismo o di altruismo?

In effetti dipende, poiché se un figlio nasce per necessità dei genitori, allora è figlio dell’egoismo, ma se un figlio nasce come frutto dell’amore, allora è figlio dell’altruismo. I figli dovrebbero essere il frutto del troppo amore, sì un amore così profondo della coppia che non può più essere contenuto nella coppia stessa e deve allargarsi.

Ma oggi, anche nel momento in cui l’amore è presente, anche quando il figlio sarebbe frutto di amore, anche lì forse non sarebbe altruismo rinunciare a quel bambino già nato nei pensieri dei genitori, già amato dai loro cuori? Non sarebbe forse più altruistico risparmiargli la sofferenza di questo mondo crudele, arido, soggiogato dalla tecnologia, ammaliato dai telefoni e dalle cose facili e veloci?

Ecco, questi sono i dubbi più forti e, per certi versi, un po’ diversi dalle generazioni precedenti, che affliggono le coppie. Al di là dell’aspetto economico, al di là delle paure legate alla capacità, ai sacrifici e alla salute, si aggiungono questi dubbi.

Dubbi se vogliamo strazianti, che non trovano una risposta semplice e che forse non trovano risposta punto, ma voglio provare a dare una risposta seppur forse scontata.
La vita è sempre stata difficile, le generazioni precedenti si facevano forse le stesse domande, è vero oggi alcune domande sembrano pesare di più, alcune paure non ci fanno dormire la notte, ma forse la speranza è proprio là. Forse sta proprio nell’affrontare le nostre paure e crescere i nostri figli con i valori che noi vogliamo dare, stando affianco a loro nell’affrontare questo mondo che sembra tanto duro. Ma è proprio credendo nel futuro che possiamo migliorarlo, è credendo già nelle potenzialità di quel bimbo che già esiste nelle menti e nei cuori dei suoi genitori, che noi diamo fiducia al mondo e cerchiamo di cambiarlo.

Curiosità

Dislessia

Come Leggono le Persone con Dislessia

Libri, lettura e dislessia

In un articolo precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’attenzione e delle memorie anche nei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), ma come legge una persona con dislessia? E perché?

Secondo la Neuropsicologia, ci sono due vie per la lettura: la via fonologica e la via lessicale. La prima permette una conversione grafema/fonema e quindi una lettura lettera per lettera, mentre la seconda permette una lettura più veloce accedendo al significato della parola.

Quando impariamo a leggere, utilizziamo prevalentemente la via fonologica, leggendo lettera per lettera. Attraverso la pratica e l’automatizzazione di questa via, si passa gradualmente a sviluppare la via lessicale che ci permette di leggere le parole più velocemente, proprio perché sono conosciute e riusciamo ad accedere al loro significato.

DI QUALI RISORSE ABBIAMO BISOGNO PER CONSOLIDARE LA VIA FONOLOGICA?

Per passare dalla via fonologica a quella lessicale, è necessario che venga ben consolidata la via fonologica e, per farlo, sono necessarie alcune risorse.

1- Risorse attentive: utili per associare il suono al grafema
2- Attenzione Spaziale: utile per spostare l’attenzione da una lettera all’altra e da una parola a quella successiva
3- Memoria di Lavoro: utile per conservare le lettere e completare la decodifica
4- Visuo-Percezione: utile per riconoscere lettere e suoni simili

Una volta consolidata la via fonologica siamo pertanto in grado di riconoscere velocemente le lettere e associarle ai suoni corrispondenti.

SAPER SPOSTARE L’ATTENZIONE IN MODO FUNZIONALE ALLA LETTURA.

Una volta che la via fonologica è stata ben acquisita, è importante essere in grado di spostare l’attenzione in modo funzionale. 
E’ infatti importante avere la capacità di stringere il fuoco dell’attenzione su determinati particolari o di allargarlo sull’intera parola.

RICONOSCIMENTO DELLA FORMA DELLE PAROLE

Una volta acquisita la capacità di gestire il fuoco dell’attenzione, si può passare alla formazione di una memoria a lungo termine per la forma delle parole. Questo permette, quando leggiamo un testo, di riconoscere immediatamente le parole che fanno parte di questa memoria e di leggerle velocemente accedendo al loro significato.

A questo punto la via lessicale è sviluppata e verrà utilizzata in modo preferenziale poiché più veloce ed efficiente.

Come abbiamo visto, la formazione della capacità di leggere attraverso la via lessicale, è strettamente legata alle capacità attentive.

SPOSTAMENTO DEI MOVIMENTI OCULARI

I movimenti oculari saccadici, sono rapidi spostamenti dell’occhio che ci aiutano nella lettura. Nello stesso istante in cui decodifichiamo una parola, la periferia del fuoco attentivo è già passata ad analizzare la parola successiva. Questo permette, mentre decodifichiamo una parola, di iniziare a processare già la parola successiva che sta alla destra della precedente. Lavorando con la periferia del fuoco attentivo, non si crea interferenza rispetto alla parola che si sta processando, ma ci da informazioni utili per la lettura della parola successiva come lunghezza e posizione. Questo ci permette di essere avvantaggiati e sapere già di quanto spostare il fuoco dell’attenzione sulla parola successiva ed essere più fluidi nella lettura.

Ecco che, in alcune persone con dislessia, questi movimenti oculari saccadici non avvengono in modo ordinato ed efficiente. Sono presenti anzi molte regressioni oculari, quindi il fuoco dell’attenzione tende a tornare indietro su parole già lette, il tempo impiegato nella fissazione della parola è molto ampio e i movimenti oculari in avanti sono molti, brevi e non efficienti.

Di seguito, un esempio di come vengano eseguiti i movimenti oculari saccadici di un normolettore e di una persona con dislessia. Come si può notare, la persona con dislessia tende a spostare le saccadi in maniera disordinata ed inefficiente, commettendo molte regressioni non informative.

bty La Dislessia pp. 35, Eva Benso, il leone verde 2011

Le persone con dislessia pertanto hanno difficoltà nell’automatizzare il modulo di lettura e nell’automatizzare i movimenti oculari saccadici in modo che siano informativi e facilitino la lettura. Questo comporta un maggiore dispendio di energie che vengono, di conseguenza, tolte ad altri processi quali la comprensione del testo, la formulazione di risposte, il ragionamento e il collegamento fra argomenti già studiati. Tutto questo, porta inevitabilmente una persona dislessica a stancarsi prima rispetto ai normolettori, ad esaurire prima le risorse attentive avendo quindi difficoltà a svolgere compiti molto lunghi e in cui la richiesta attentiva è molto alta (un esempio possono essere compiti in classe molto lunghi).

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

Fratelli

Rapporto tra Fratelli, c’è Differenza fra Primo e Secondogenito?

Fratelli e Sorelle
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Quando nasce un secondo bambino, il sistema di relazioni familiari cambia molto.
La mamma, nei primi mesi, deve dedicare molte attenzioni al nuovo nato e questo conduce all’intensificarsi del rapporto fra il primogenito e il padre. Piano piano, il piccolo cresce ed inizia ad interagire sempre di più anche con il padre e con il fratello. Ecco che nell’arco di due anni si va a configurare una tetrade in cui si possono distinguere due sottoinsiemi: quello dei fratelli e quello dei genitori. Si va quindi a definire un rapporto gerarchico fra i sottoinsiemi e relazioni orizzontali entro i sottoinsiemi.

Non sempre è semplice per il primogenito, accettare e accogliere con amore incondizionato il fratellino. Spesso risulta diverso da quanto aveva immaginato e non risulta quel compagno di gioco ideale in cui sperava.
Il rapporto fraterno è senza dubbio una palestra emozionale, sociale e frutto di apprendimento per entrambi i fratelli.

Malgrado passino molto tempo insieme, i fratelli sono molto diversi gli uni dagli altri. Un po’ perché i genitori si occupano di loro in modo diverso per rispondere alle diverse età e alle specifiche temperamentali di ognuno e un po’ perché i fratelli tendono a sviluppare caratteri differenti e a volersi distinguere.

Il primogenito sperimenta, a differenza del fratello, un momento (più o meno lungo) da figlio unico, mentre i secondogeniti entrano a far parte di una dinamica familiare già esistente, con regole e routine già stabilite, dovendo fin da subito dividere e condividere i momenti e le attenzioni dei genitori.

Si ritiene che queste piccole differenze possano concorrere a influire sui caratteri dei bambini.
Il primogenito è candidato a diventare più autoritario, più ambizioso e più dedito alla famiglia assumendo un ruolo protettivo per il fratello minore. Il secondogenito, non dovendo sperimentare l’arrivo di un fratellino e godendosi momenti di maggior indulgenza in virtù di essere il più piccolo, riveste tuttavia un ruolo più basso nella gerarchia. Questo può generare sensi di inferiorità, non sentirsi all’altezza, sfiducia e minor autostima. Ciò gli consente di staccarsi con maggiore facilità dalla famiglia, per trovare la sua strada e sperimentare le proprie abilità sociali.

Il rapporto tra fratelli è un rapporto complesso, non solo per quello di cui sopra, ma anche per le dinamiche interne.
Da una parte la condivisione di giochi e giocattoli, dall’altra la necessità di un proprio spazio, da una parte la voglia di imitarsi l’un l’altro, dall’altra la volontà di differenziarsi e avere una propria personalità. Troviamo da una parte l’amore fraterno, dall’altro le liti, le discussioni e il conflitto.

Ma…Cosa significa avere un Fratello o una Sorella?

Avere un fratello o una sorella maggiore significa avere un punto di riferimento diverso dai genitori, un punto di riferimento meno giudicante, ma che non si vuole in alcun modo deludere, una luce che ti illumina la strada della vita…grande peso da portare per un bambino, un ragazzo poco più grande di noi.

Avere un fratello o una sorella minore, significa avere qualcuno che sappia leggerci dentro senza giudicarci significa credere più nelle sue potenzialità che nelle nostre, significa crederci così tanto che è impossibile che non riesca nei suoi obiettivi…grande peso da portare per un bambino, un ragazzo poco più piccolo di noi.

Crescendo, inevitabilmente, i rapporti cambiano, diventano più egualitari in quanto il fratello minore cerca di modificare il rapporto col più grande per essere visto non più come fratellino da proteggere, ma come pari con cui relazionarsi e in quanto il fratello maggiore esercita meno potere.

Il rapporto tra fratelli dipende da molti fattori, non solo da quelli elencati precedentemente , non esiste, infatti, una ricetta certa. La famiglia, l’ambiente e il temperamento dei singoli incide molto sullo sviluppo del legame fraterno e ogni coppia di fratelli è diversa dall’altra.

Tuttavia, quando è presente, l’amore fraterno è un legame fortissimo, indissolubile che va oltre le barriere del tempo e dello spazio. Un legame che cambia continuamente, passando dalle discussioni per i giocattoli a quelle adolescenziali, dai segreti d’infanzia alla complicità adulta.

Bibliografia:
Berti A.E., Bombi A.S., Corso di psicologia dello sviluppo, il Mulino, Bologns, 2008.

Curiosità

Bambini e Regole

L’Importanza delle Regole

Bambini e regole, bambino che suona

E’ meglio essere genitori rigidi, dando molte regole oppure è meglio essere genitori più indulgenti dando poche regole?
Meglio essere risoluti e tenere la propria posizione fino in fondo, oppure è meglio cedere e andare incontro al volere del bambino?
Meglio indirizzare il bambino in tutto e per tutto oppure è meglio far decidere tutto a lui?

Queste sono solo alcune delle domande che ogni genitore si pone, non solo prima della nascita del figlio, ma anche durante la sua crescita.
Ad ogni fase importante della vita del bambino, andrebbe certamente rivista la modalità di approccio al bambino: ovviamente durante l’adolescenza l’approccio non potrà più essere quello che avevamo durante l’infanzia.

Concentriamoci però sulla prima infanzia e sull’importanza delle regole.
E’ importante dare regole ai bambini fin dalla nascita non solo per evitare che crescano adulti maleducati, ma affinché crescano adulti completi e consci dei propri limiti.
Dare regole significa dare confini. Confini stabili, che danno sicurezza e che ci delimitano lo spazio entro cui sappiamo di poter agire.

Quando noi adulti dobbiamo prendere una decisione e abbiamo 10 alternative, non siamo forse più frustrati rispetto a quando ne abbiamo solo 2?
Proviamo a pensare se un bambino non avesse regole, non avesse confini, si sentirebbe in questo stato di frustrazione continuo, senza sapere cosa può o cosa non può fare. Se non ha regole, non ha confini, pertanto potrebbe fare qualunque cosa ed è posto davanti ad una serie infinita di possibilità e l’infinito spaventa chiunque.

Le regole e le decisioni vanno dette in modo chiaro e mantenute, senza cedere al primo tentativo di sovversione.
E’ normale che alcune volte si facciano delle eccezioni alle regole, purché rimangano eccezioni e il bambino sappia che è stata una tantum. L’eccezione è divertente, fa sentire la complicità con il genitore, lo fa sembrare più “umano” , ma deve restare tale, altrimenti diventerà essa stessa la regola.
Il bambino consapevole dell’esistenza di regole sa fino a dove può spingersi, quali possono essere le richieste, sa quali sono le aspettative nei suoi confronti e sa la conseguenza del non rispettare una o più regole.
Ovviamente, quando il bambino cresce, alcune regole possono subire delle variazioni e essere oggetto di negoziazione. L’importante è, tuttavia, evitare che sia il bambino a dettare le regole di comportamento.

Non bisogna avere il timore che le regole facciano male ai bambini. Anche se spesso i bambini possono fare i capricci e cercare di andare contro una regola, è importante dimostrargli che quello è un confine che non va oltrepassato ed è fatto per il suo bene. Senza confini è come essere in mezzo al mare, non si sa dove andare e non si sa dove si vuole andare. I confini permettono di definirsi, di definire le persone che siamo e che diventeremo.

Durante l’adolescenza, i ragazzi sfidano molto quei confini, quelle regole. Lo fanno per misurarsi con se stessi, per capire chi sono loro e quanto quei confini siano in grado di tenere e ciò richiede un grande sforzo genitoriale. Se si cede, tuttavia, il rischio è che i ragazzi si trovino senza confini troppo presto, quando ancora non sono pronti.

Compito dei genitori è dare una delimitazione fino a che il bambino, ragazzo non sarà pronto a confrontarsi con l’infinito di possibilità che ha davanti.
Lasciamo all’età adulta la sensazione di essere “senza confini” esterni e la responsabilità di porsi i propri limiti, con le responsabilità che ne conseguono.

Curiosità

Bambini e Arti Marziali

Il ruolo delle Arti Marziali nello Sviluppo Psicofisico del Bambino (e dell’Adulto)

Come le Arti Marziali aiutino a sviluppare Attenzione e Autocontrollo

Le Arti Marziali sono discipline basate sull’inscindibile fusione di mente e corpo. Non sono una semplice ginnastica o una semplice attività sportiva. Sono qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre. Ci sono molte tipologie di Arti Marziali, tutte accomunate da alcuni principi fondamentali quali un lungo percorso storico alle spalle, un significato psicologico profondo e uno scopo educativo.

L’attività corporea strutturata ha molti benefici sulla persona, sia a livello fisico, sia a livello psicologico. In modo particolare le Arti Marziali concorrono a migliorare l’autostima, a sviluppare la sfera emotiva e l’empatia verso l’altro, aiutano a sperimentare rapporti con i pari, la collaborazione per arrivare ad uno scopo comune, il rispetto delle regole sociali e la perseveranza.

Un aspetto da non sottovalutare per chi pratica arti marziali, e che le distingue dagli altri sport, è il rapporto con il Sensei. La parola Sensei consta di due parti: sen, che significa“prima” e sei, che significa “vita”. Il Sensei è, pertanto, qualcuno più avanti nel percorso della vita. E’ qualcuno che, attraverso l’insegnamento delle arti marziali stimola il progresso personale di ciascun allievo e lo fa nel Dojo (Do = via; Jo = Luogo). Il Dojo, non è una semplice palestra, ma un luogo dove ci si imbarca nel viaggio della scoperta, guidati appunto da qualcuno che vi è passato prima di noi.

In concreto…cosa aiutano a sviluppare le arti marziali?

Le arti marziali aiutano a:

– Sviluppare e potenziare le Funzione Esecutive e Attentive come l’allerta, ovvero la capacità di prestare attenzione fino al segnale di avvio e iniziare un’azione; il controllo della risposta, ovvero la capacità di monitorare quale sia il momento opportuno per agire; l’attenzione in tutte le sue declinazioni; il problem solving e la memoria di lavoro, in quanto è necessario ascoltare le indicazioni, elaborarle e tenerle a mente per metterle in pratica al momento giusto.

Gestire i conflitti della vita quotidiana, insegnando l’assertività.
Gestire i conflitti in maniera assertiva, significa essere in grado di gestirli evitando l’aggressività. Avendo la capacità di comunicare in maniera non aggressiva, ascoltare l’altro senza prevaricarlo e giungere ad una soluzione che sia il più favorevole possibile per entrambi.

Imparare rispetto e tolleranza verso i propri pari, sviluppando qualità sociali come l’empatia, la collaborazione, la responsabilità e la conoscenza dei propri limiti.

– Mantenere una condizione psicologica di rilassamento, che passa attraverso lo sviluppo dell’autostima e della respirazione. Tale condizione permette di non farsi sopraffare da emozioni negative e paure, tenendo sempre a mente chi siamo e i nostri obiettivi.

– Sviluppare la capacità di attendere una gratificazione, quindi della memoria prospettica che permette di immaginarsi lo scopo finale, anche se lontano nel tempo, e impegnarsi quotidianamente per un obiettivo che va al di là dei singoli allenamenti.

– Sviluppare la determinazione di impegnarsi in un percorso lungo e importante con la capacità di affrontare le difficoltà che, inevitabilmente, si incontrano durante la vita

– Sviluppare l’Autocontrollo, ovvero la capacità di gestire le proprie emozioni, i propri istinti, il proprio corpo e la propria mente.

Le Arti Marziali, permettono pertanto, se insegnate con criterio e con le giuste competenze, di sviluppare capacità sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista affettivo e sociale. Diversi studi hanno infatti riportato come le Arti Marziali siano indicate anche per tutti quei bambini che hanno difficoltà di attenzione e di apprendimento.

Bibliografia:
Antonietti R., Educare al conflitto: il ruolo delle arti marziali.Stage Nazionale Aikido – Fesik e D.A. Diretto dal M. Dott. Michel Nehme – 24-26/9/10 Gaeta.
FACCIOLI, LUCIANO & ARDU, ELEONORA & Benso, Francesco. (2015). Funzioni Attentive Esecutive, gioco del calcio e apprendimenti. Difficoltà in Matematica Erickson Trento. 201 . 215.
Luccherino L. e Pezzica S., Sport e ADHD: un Campus Estivo residenziale per adolescenti con Disturbo da Defi cit di Attenzione e Iperattività.Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (2012), vol. 79: 467-478.


Curiosità

Ansia da Primo Giorno di Scuola

Ansia da Rientro, come Superarla?

Il primo giorno di scuola, che sia il Primo giorno con la P maiuscola, quando dalla scuola di infanzia si passa alla scuola primaria, o che sia un “semplice” primo giorno di scuola, trasmette uno stato di ansia. 
Che poi, a pensarci bene, anche quando noi adulti rientriamo dalle ferie, non percepiamo forse quello strano malessere? 
Concentriamoci però sulla scuola. Che sia scuola primaria, secondaria di primo o secondo grado, il primo giorno di scuola mette un po’di ansia a tutti: alunni, genitori e insegnanti. 
Durante il periodo estivo i tempi sono dilatati, le discussioni che si facevano in inverno per i compiti, sembrano essere più leggere. Il mare, le vacanze, la montagna, tutto ci permette di rilassarci almeno un po’ e di farci dimenticare le preoccupazioni vissute durante l’anno scolastico. 

Tuttavia, mano a mano che si avvicina il primo giorno di scuola si inizia a percepire un certo malessere
I genitori iniziano a sentire la responsabilità di seguire i figli nei compiti e la frustrazione di accompagnarli a scuola ingorgandosi nel traffico dell’ora di punta. Gli insegnanti sentono la responsabilità di formare nuove menti, la sfida di riuscire a condurre tutta la classe, nessuno escluso, verso la fine dell’anno scolastico, lasciando in loro qualche nozione, ma soprattutto la sete di conoscenza. 

E i bambini?

Anche, e forse soprattutto, i bambini percepiscono un po’ di malessere psicofisico mano a mano che le vacanze finiscono e si avvicina il fatidico primo giorno di scuola.
Il vissuto può essere misto. Da una parte la felicità di rincontrare i compagni di classe e la voglia di apprendere qualcosa di nuovo. Dall’altra l’ansia dovuta alla preoccupazione di non essere all’altezza e di non rispettare le aspettative di genitori e insegnanti. Un altro fatto può concorrere a generare questo malessere: il cambio improvviso di routine.
Con l’inizio della scuola infatti, si passa da una routine più elastica e flessibile sia per i bambini, sia per i genitori, a ritmi più serrati che vanno assolutamente rispettati.

Ed è proprio da qui che consiglio di ripartire per alleviare questo vissuto di malessere non ben definito.

Anziché modificare la routine giornaliera da un giorno all’altro, sarebbe preferibile iniziare a modificarla poco alla volta per evitare bruschi cambiamenti. Questo permetterà anche di regolare nuovamente il ritmo sonno-veglia e di iniziare la scuola con una marcia in più.

Come accennato poche righe sopra, in Estate i ritmi si dilatano e anche i bambini tendono ad andare a dormire più tardi la sera e svegliarsi più tardi la mattina, fare quindi colazione più tardi e avere, essenzialmente, la giornata libera.
Al fine di iniziare il nuovo anno scolastico con le giuste energie, senza che le ansie prendano il sopravvento si può iniziare un paio di settimane prima ad intraprendere una routine di passaggio, che sia a metà strada fra quella estiva e quella invernale.
Spesso i bambini hanno difficoltà ad addormentarsi quando percepiscono un vissuto ansioso e questo porta, inevitabilmente, ad essere più stanchi la mattina dopo con tutte le difficoltà che ne conseguono.

E’ dunque importante, poco alla volta, portare i bambini ad andare a dormire all’orario in cui vi andranno durante la scuola. Questo permetterà, sempre piano piano, che si sveglino prima senza essere particolarmente stanchi e, una volta iniziata la scuola, avranno meno problemi sia ad addormentarsi, sia a svegliarsi.
Un’altra routine che si può modificare è quella dei pasti. Cercare di avvicinare l’orario dei pasti, sia del pranzo, sia della cena, a quelli abituali dell’anno scolastico.
In questo modo anche i ritmi circadiani (processi biologici che si susseguono in cicli di 24 ore, orologi interni che regolano funzioni fisiologiche) dei bambini inizieranno a riequilibrarsi, spostandosi verso la routine scolastica.
Questo permetterà di affrontare la scuola con maggiore prontezza, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista delle risorse mentali come l’attenzione.

Bibliografia:
Young, M.W. (2000, Marzo). The tick-tock of the biological clock. Scientific American, pp. 64-71.

Curiosità

Nonni di oggi

Egoismo o Salvaguardia di sé?

L’età della vita si è allungata ed ha portato con sé inevitabili cambiamenti, non solo ai diretti interessati, ma anche alle rispettive famiglie. Un tempo i nonni erano i custodi delle radici del passato, considerati i saggi della famiglia e trattati come tali. Ad essi si chiedevano consigli, si rispettavano le regole che essi avevano instaurato ed essi si curavano dei nipoti essendo NONNI prima di tutto.

Negli ultimi anni però si è avvertito un cambiamento strutturale: i nonni non sono più soltanto nonni.

Proprio così. L’età della vita si è allungata, così come l’età del pensionamento, per cui ci ritroviamo oggi con nonni che ancora lavorano e devono dividersi fra il lavoro, la propria famiglia e la famiglia dei figli.
Succede quindi che i nonni non siano più sempre disponibili, un po’ perché ancora lavorano, un po’ perché, sentono di avere e di voler vivere anche una loro vita. Una vita fatta di amici, di impegni e di relax. Come biasimarli?
Sono nonni giovani che, a tempo debito hanno fatto le proprie rinunce, i propri sacrifici da bravi genitori e adesso, che i figli sono grandi, desiderano avere meno pensieri.

Da qui potrebbe nascere un senso di sopraffazione nella giovane coppia genitoriale che sperava in un maggior aiuto da parte delle famiglie di origine.
Va tuttavia superata tale emozione ricordando che i nonni non nascono nonni, ma prima persone, poi coppia, poi genitori ed infine nonni. Questo significa che essi hanno bisogni, sogni e necessità e vanno rispettate.
L’età della vita si è allungata e la terza età è vissuta, sempre più, come una seconda chance per prendersi del tempo per se stessi, per i propri interessi, per viaggiare e per essere felici. Una volta superati i doveri dell’età adulta, i nonni sentono di essersi (giustamente) guadagnati il diritto di pensare a sé prima che agli altri. La loro età adulta delle rinunce e dei doveri si è conclusa e possono, e devono, raccoglierne i frutti.
Tutto ciò può lasciare un senso di sgomento nelle giovani coppie che si trovano proprio allora nell’età adulta dove i doveri e le rinunce alle volte sembrano infiniti.
Va tutta via rispettato il tempo e il volere dei nonni, senza imporre loro ulteriori sacrifici. Cercando di vederli non più solo come genitori e nonni con dei doveri, ma come persone con propri bisogni e sogni.

Per molti nonni è difficile dire NO ai propri figli, ma è giusto riuscire a trovare la forza di farlo. E’ giusto capire fino a dove le proprie energie arrivano e saperle gestire, pena l’esaurirsi delle stesse. Si sa, lo stress è dannoso per il nostro organismo e meno ne abbiamo, meglio è. L’esposizione continua allo stress, determina una diminuzione del livello di funzionamento biologico dell’organismo. Nel corso del tempo situazioni fortemente stressanti, possono comportare il deterioramento dei tessuti somatici, portando anche ad un deterioramento del sistema immunitario (questo tipo di stress patologico viene chiamato distress).
Ecco allora che, se nell’età adulta siamo in grado di sopportare un carico di stress maggiore, nella terza età il carico di stress che riusciamo a sopportare è molto più basso e le conseguenze possono riflettersi sul fisico e sulla mente. E’ pertanto molto importante sapersi prendere il tempo per se stessi, saper dire NO senza paura di ferire, senza paura di fare un torto. Non si tratta di egoismo, ma di salvaguardare se stessi nell’interesse anche della famiglia. Si tratta di raccogliere i frutti, finalmente, di una vita (sarebbe un peccato lasciarli andare a male).
Con questo non voglio dire che i nonni non devono aiutare nella gestione dei nipoti, ma che devono salvaguardarsi e devono essere salvaguardati dai propri figli, attenti a non sottoporli ad un carico eccessivo ricordando che essi hanno meno energie rispetto a loro.

L’età della vita si è allungata portando con sé notevoli cambiamenti, alcuni dei quali aspettati, altri del tutto inaspettati. Quello che possiamo fare è accogliere i cambiamenti, giacché fermare un cambiamento è impossibile e dannoso, e cercare di trarre benefici da essi. Rivalutare e ricalibrare le nostre vite nel rispetto degli altri, al fine che tutti possano vivere in un clima più sereno, lontano dallo stress.

Bibliografia:

McCabe, P.M., Schneiderman, N., Field, T., e Wellens, A.R. (Eds). (2000). Stress, coping, and cardiovascular disease. Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum.
Pruneti, Carlo. (2010). Stress e disturbi dell’integrazione mente corpo.

Curiosità

Il Parent Training

Cos’è il Parent Training e a Cosa Serve

Il Parent Training è un programma di aiuto rivolto ai genitori, con lo scopo di aiutarli a gestire comportamenti problematici di figli con ADHD o DDAI.

Rispetto all’ADHD o DDA/I, acronimo per Disturbo da Deficit di Attenzione /Iperattività , non vi è ancora un accordo condiviso in letteratura. Per dare un’idea molto generale e assolutamente non esaustiva, di questo disturbo, si può dire che è caratterizzato da difficoltà di attenzione, di concentrazione, difficoltà nel controllare gli impulsi, il proprio comportamento e di attendere per una gratificazione.
L’ ADHD non è una fase dello sviluppo e rappresenta serie difficoltà per la famiglia, per il singolo e per la scuola.
Con questo preambolo si vuole semplicemente dare un’idea di cosa sia l’ADHD alle persone che non erano a conoscenza di questo disturbo.

Scopo di questo articolo non è aprire un dibattito sull’ADHD, quanto quello di spiegare cosa sia il Parent Training e la sua funzione.

Il Parent Training (PT) ha come scopo quello di aiutare i genitori ad individuare e manipolare gli antecedenti che possono scatenare un comportamento problema. Imparare a controllare comportamenti problematici, utilizzare sapientemente i rinforzi positivi, le ricompense tangibili e quelle sociali.
Il Parent Training può essere fatto individualmente o a piccoli gruppi. E’ un percorso che viene svolto con una figura professionale preparata in quest’ambito, quale uno psicologo.
Il percorso si articola in circa 8 incontri in cui vengono affrontate le varie tematiche del caso, come le difficoltà educative, come avviare una comunicazione efficace, la relazione genitore-figlio, l’importanza delle regole, la contrattazione e le strategie educative più adatte nello specifico.

Il Parent Training consente di migliorare la relazione familiare non solo genitore-figlio, ma anche fra i due genitori.
Diverse ricerche illustrano come i genitori di figli con ADHD percepiscano uno stress più alto rispetto ad altri genitori. Un livello di conflittualità molto alto sia rispetto al figlio, sia rispetto all’altro genitore con un innalzamento dell’aggressività. Chiaramente tutte queste dinamiche negative non fanno altro che autoalimentarsi e fungono da carburante per comportamenti disfunzionali. Da qui nasce l’importanza di fermare questo ciclo che si auto-alimenta, per favorire un clima familiare disteso, in cui la coppia genitoriale ritrovi se stessa, dove il figlio venga vissuto come un alleato con cui poter dialogare e svolgere attività. E’ altrettanto importante poi, per il figlio far parte di un clima sereno, che non alimenti le proprie difficoltà, ma che riesca a gestirle, in modo che si abbassi anche il proprio senso di insoddisfazione e frustrazione.

Bibliografia:

DeWolfe N., Byrne J., e Bawden H., (2000), ADHD in preschool children: Parent-rated psychosocial correlates, “Developmental Medicine & Child Neuurology”, n 42, pp 168-192.

Vio C., Spagnoletti M.S. (2013), Bambini disattenti e iperattivi: parent training. Trento: Erickson

Curiosità

Genitori e Figli

Prendere le Decisioni Giuste

Quello dei genitori è, senza dubbio, il mestiere più difficile al mondo. Non esiste un’Università che prepari a diventare genitore e, anche se ci sono corsi preparto, non esiste libretto di istruzioni.
Ognuno di noi è diverso, non solo l’uno dall’altro, ma anche dal se stesso del passato. Mi spiego meglio: passando gli anni tutti noi affrontiamo dei cambiamenti che ci portano a maturare e ad affrontare le vicende in maniera diversa rispetto a prima. Se a questo ci aggiungiamo che un figlio ha sempre almeno due genitori, le variabili che entrano in gioco crescono esponenzialmente. Ci troviamo di fronte a molteplici diversità: quella dei singoli genitori rispetto al proprio passato e quella TRA i genitori. E tali diversità non faranno che aumentare col passare del tempo, proprio perché ognuno di noi è in continuo cambiamento, in continua crescita. Tuttavia non va dimenticata una cosa, forse la più fondamentale di quando si diventa genitori e che forse, dato il caos in cui ci si ritrova, può sfuggire: anche il figlio è diverso da entrambi i genitori e ha una sua individualità.

Somiglianze o Differenze?

Appena nasce un bambino, il gioco che si fa spesso fra genitori e familiari è “vedere a chi assomiglia”, cerare di associare ogni sfumatura del suo carattere a uno dei due genitori e, se proprio non riesce, ad uno zio, nonno o parente qualsiasi.
Questo gioco, però fa sfuggire un particolare molto importante: è vero, il bambino assomiglia molto ai suoi genitori e alle famiglie di origine, ma non è un estratto di esse (per fortuna). Il bambino ha una sua personalità, un suo carattere, le sue passioni e certi aspetti sono solo suoi.

Questi tratti di differenza vengono fuori sempre più con l’avanzare dell’età quando il bambino acquisisce la parola, quando inizia a farsi le proprie ragioni, quando inizia ad esprimere le sue preferenze.

Ecco che, spesso, convinti di prendere le decisioni migliori per il figlio, ci si dimentica di cosa vorrebbe lui.
Premetto che non sto insinuando che sia corretto far prendere le decisioni ai bambini, specialmente se piccoli, quanto piuttosto che sia importante tenere conto della loro individualità.

Questo significa che prima di prendere una decisione importante rispetto alla sua vita, dobbiamo chiederci “lo voglio io, o lo vorrebbe lui?” “questa decisione la prendo per me, o per il suo futuro?”
E so che può sembrare scontato, ma non lo è. Alle volte, senza che lo vogliamo, il nostro ego prevale, la nostra storia prevale, le mancanze che abbiamo subito prevalgono ed ecco che il bambino fa uno sport “perché lo ha sempre voluto”, ma questa forse è una scusa perché siamo noi che lo avremmo voluto fare.

L’importanza dell’ascolto

E’ bello e importante far sperimentare le proprie passioni ai figli, coinvolgerli in quello che ci piace fare, ma avendo sempre cura di ascoltarli, di capire se possa essere anche una loro passione, oppure no e in caso contrario lasciarli liberi di decidere quale sarà la loro passione. Chissà, magari dopo aver provato qualcosa di proprio, si accorgeranno che vorranno proseguire l’interesse dei genitori, ma ricordiamo che i bambini hanno una loro individualità.
Questo non significa, ripeto, che debbano fare tutto quello che vogliono, che debbano decidere loro cosa si mangia per cena o dove passare le vacanze, significa solo avere cura della loro diversità.
In un mondo dove la diversità è additata ed esclusa, il dovere dei genitori è proteggere la diversità dei figli, non omologandola a quella altrui, ma difendendola e cercando di farla crescere.

Lo dice la legge: i genitori devono educare i figli “…nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni (…) (Articolo 147 del codice civile).”
Ciò significa che se si è indecisi se mandare il bambino a scuola un anno prima, questa decisione va presa tenendo conto di com’è il bambino. E’ abbastanza maturo? A livello di sviluppo è davvero più avanti? La decisione è presa per assicurare a lui/lei la scelta migliore per se stesso? Se la risposta a tutte queste domande è si, va bene, ma se ci viene un dubbio, uno qualsiasi allora dobbiamo fermarci a riflettere in modo approfondito.

Fare il genitore è un lavoro difficile, non è un lavoro per tutti

L’aspetto più importante è porre i figli come priorità, sì perché non lo hanno chiesto loro di essere figli. Rispettarne l’individualità, la corporeità e i pensieri poiché i figli non sono una proprietà. Vengono messi al mondo e hanno dei genitori, ma non sono proprietà loro. I bambini hanno una propria personalità, sono esseri umani fin dal primo istante di vita e, come tali, vanno rispettati. E’ difficile riuscire a porre i figli come priorità senza perdere la coppia, senza disperdersi. E’ la sfida di ogni genitore: mettere al centro il figlio, senza perdere se stesso, senza perdere la coppia genitoriale.

Curiosità

Disturbi Specifici di Apprendimento – DSA

Cosa sono e Cosa li Accomuna

DSA, acronimo che sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sono disturbi di origine neurobiologica relativi ad un diverso funzionamento delle reti neurali coinvolte nelle abilità di lettura, scrittura e calcolo.
NON si tratta pertanto di un disturbo a livello intellettivo, quanto piuttosto ad una diversa elaborazione delle informazioni.

Attualmente, secondo la Legge n.170 del 2010, i DSA si suddividono in:

Dislessia: disturbo specifico nella decodifica del codice scritto che si manifesta in una lettura lenta e con un elevato numero di errori.

Disortografia: disturbo specifico della compitazione che si manifesta con un alto numero di errori nell’ortografia delle parole e nella difficoltà ad applicare le regole grammaticali in modo automatico. I bambini/ragazzi con disortografia, NON hanno difficoltà nell’imparare le regole di ortografia, quanto piuttosto ad applicarle. Viene a mancare l’automatismo.

Discalculia: difficoltà specifiche che riguardano le aree del numero, del calcolo e del senso del numero. Vengono riconosciuti due profili di discalculia: uno con fragilità nella messa in atto delle operazioni di calcolo ed uno con fragilità nelle capacità di seriazione e confronto fra grandezze, due capacità che sono generalmente innate.

Disgrafia: difficoltà legata alla motricità fine che si manifesta in una scrittura (in corsivo) illeggibile e scarso rispetto dello spazio nel foglio.


Cosa Accomuna i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)?

Al di là delle caratteristiche, c’è qualcosa che leghi insieme tutti i disturbi specifici dell’apprendimento?

Sì, quello che accomuna i DSA è la mancanza di automatismo.
Questo significa che i bambini/ragazzi con DSA sono in grado si imparare una regola, tuttavia non sono in grado di applicarla in maniera automatica.

All’ingresso nella Scuola Primaria, ogni bambino, per imparare a leggere utilizza tutte le sue risorse attentive. Questo significa che all’inizio, il bambino non sarà in grado di cogliere tutte le sfumature del testo, in quanto le sue energie mentali sono impiegate nella lettura e ha poche energie per la comprensione del testo stesso.

Col passare del tempo, il bambino normo-lettore automatizzerà la lettura, quindi le risorse che impiegherà nella lettura saranno poche e le risorse che gli rimarranno, potranno essere utilizzate per la comprensione di un testo.

Avviene lo stesso processo quando un adulto impara una nuova lingua, all’inizio dovrà sforzarsi molto per leggere le parole con la giusta pronuncia e con molta probabilità capirà poco di quanto ha letto, proprio perché ha utilizzato la maggior parte delle risorse per la pronuncia e gliene rimangono poche per la comprensione.

Ecco, un bambino/ragazzo con DSA fa fatica ad automatizzare i processi, pertanto utilizzerà molte energie per la lettura, scrittura, calcoli (dipende dalla tipologia di DSA) e ne avrà poche per eseguire l’esercizio vero e proprio: comprensione, scrivere frasi di senso compiuto, risolvere un problema. Oppure utilizzerà le risorse per svolgere l’esercizio, ma, avendo poche risorse rimaste, commetterà molti errori: di lettura, di scrittura o di calcolo.

In genere, infatti, si consiglia agli insegnanti di dare meno esercizi piuttosto che aumentare il tempo a disposizione. Il bambino/ragazzo con DSA si stanca più velocemente rispetto agli altri in quanto lo sforzo che impiega è maggiore. Dare più tempo quindi non è utile perché le sue risorse saranno già esaurite. Meglio dare un numero minore di esercizi, in modo che vengano affrontati tutti con più energie.

Bibliografia
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.